Il welfare generativo e il contributo degli assistenti sociali

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creato: 19 novembre 2012

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La crisi economica ha portato all’emersione di nuovi bisogni e a un numero crescente di persone in difficoltà. Anziani, bambini, intere famiglie si rivolgono ai servizi in cerca di aiuto. Di fronte a questo gli assistenti sociali non restano a guardare, ma cercano nuove vie per dare risposte più efficaci a una platea più ampia di utenti. Di questo si discute oggi a Verona nel corso del convegno “Verso un welfare di re-investimento: l’apporto del servizio sociale nel Veneto”, organizzato dall’Ordine degli Assistenti Sociali del Veneto, dalla Fondazione “Emanuela Zancan” e dal Comune di Verona al Palazzo della Gran Guardia (fino alle ore 17,30).
Ma chi sono e quanti sono gli assistenti sociali veneti? Gli iscritti all’Albo regionale al 30 settembre 2012 sono 2.632: 2.446 femmine e 186 maschi. A Belluno sono 115; a Padova 143; a Rovigo 103; a Treviso 483; a Venezia 507; a Verona 449; a Vicenza 512. Altri 21 sono da fuori regione. L’Ordine veneto ha commissionato all’Università di Verona una ricerca quali-quantitativa che ha interessato l’intero corpo professionale. Hanno risposto in 1.106. La maggior parte lavora nel settore pubblico (72,18%, 798 iscritti), 214 nel privato (19,33%), 24 sono liberi professionisti (2,17%) e 62 disoccupati (5,6%). Comune e aziende sanitarie sono i principali datori di lavoro, rispettivamente per 371 e 311 assistenti sociali. Altri 56 sono impiegati nei centri servizi e 50 in cooperative. In larga parte (371) lavorano in servizi di base e 127 in servizi residenziali.  Dei 898 rispondenti, 795 hanno lavoro a tempo indeterminato (84,4%).
“La professione sta vivendo, come la società, una serie di trasformazioni, cui non viene prestata sufficiente attenzione - commenta Patrizia Lonardi, presidente dell’Ordine degli assistenti sociali del Veneto -, stretta tra la riduzione delle risorse e l’emersione di nuovi e più complessi bisogni sociali”. Perdita e precarizzazione del lavoro, cambiamento delle strutture familiari, invecchiamento, nuove forme di povertà hanno dato vita a una “nuova questione sociale” che adesso va gestita e affrontata con nuove regole e modalità professionali: "La professione fatica a riconoscersi in un sistema che risponde a queste trasformazioni  dovendo applicare spesso logiche di tipo aziendale, più tese solo al risparmio che alla difesa dei diritti sociali”. In questo scenario critico si inseriscono anche le difficoltà di accesso alla professione per gli assistenti sociali e l’instabilità lavorativa.
Non si può, però, restare a guardare. Per Marilena Sinigaglia, vicepresidente dell’Ordine, l’assistente sociale può contribuire attivamente alla promozione del benessere sociale: "Mi piace immaginare l’assistente sociale non nella classica visione assistenziale, ma come promotore di una forte assunzione di responsabilità del singolo e della società. Il servizio sociale può essere promotore di un nuovo patto di solidarietà. Per fare questo bisogna riuscire ad attivare le risorse non solo delle singole persone, ma anche dei contesti in cui esse vivono". 
Tiziano Vecchiato, direttore Fondazione ”Emanuela Zancan” sottolinea che "l nostro welfare si basa sostanzialmente sui fondamenti degli articoli 2 e 3 della Costituzione, in base ai quali ogni persona deve avere la possibilità di sviluppare le proprie potenzialità, potendo contare sul superamento degli ostacoli e delle disuguaglianze che penalizzano i più deboli». Per raggiungere questo obiettivo non basta la solidarietà intesa come altruismo, generosità, impegno a servizio degli altri: "La possibilità di riscatto non va data 'per carità', ma 'per giustizia' - precisa Vecchiato. Serve quindi un cambio di paradigma e ciò richiede uno sforzo straordinario, perché bisogna mettere in grado le istituzioni non solo di raccogliere e redistribuire i proventi della solidarietà fiscale ma di farli fruttare". 
Solo così si potrà creare un “welfare generativo”, in grado di valorizzare le capacità delle persone bisognose e “rimettere in circolo” le risorse investite: "La persona assistita ha il dovere di valorizzare ciò che viene messo a sua disposizione. Il suo diritto sociale è di ricevere aiuto, non solo assistenza, per poi esercitare il suo dovere di contribuire a superare i propri problemi, consapevole che le ricadute positive devono essere per sé e per tutti. “Welfare generativo” significa diventare capaci di promuovere e valutare il rendimento di tutti gli interventi messi in atto, in modo da meglio orientare la destinazione delle risorse». Infine, «un welfare generativo deve essere in grado di produrre molto più lavoro a parità di risorse di welfare investite. La logica è di spendere meno in trasferimenti monetari preferendo invece l’attivazione di servizi e del lavoro necessario per garantirli. Questo permette non solo di aiutare chi ne ha bisogno, ma anche di creare nuova occupazione, potenziando la trasformazione professionale degli interventi di welfare. È quello che oggi manca di più, per passare da una spesa sociale intesa come costo ad una spesa sociale gestita come vero e proprio investimento".
Daniele Venturini, consigliere dell’Ordine degli assistenti sociali del Veneto, riepiloga infine le priorità emerse dall’indagine sulla professione: "Il servizio sociale è chiamato sempre più a dare risposte organiche alla complessità e alle problematicità della realtà. Per questo gli assistenti sociali chiedono a gran voce che venga promossa la ricerca in servizio sociale, in modo da dare validità scientifica alla professione. Chiedono anche che le nuove sfide poste dalla società divengano in qualche modo “oggetto di studio” già all’università, "per trovare modalità di intervento che incidano efficacemente sugli attuali problemi e parallelamente, per consentire ai nostri sistemi di governo di investire maggiormente in questa professionalità per il benessere comune". 

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