1.

Servizi all’infanzia, diffusi ma tradizionali

I servizi all’infanzia in Veneto sono diffusi, ma non garantiscono l’accesso ai bambini poveri. I margini di miglioramento sono notevoli, soprattutto per quanto riguarda la spinta innovativa. L’offerta, infatti, si concentra soprattutto sulla formula «classica» degli asili nido, con esperienze in aumento di nidi in famiglia o tagersmutter. Può migliorare la presenza di servizi di altro genere, come spazi mamme, assistenza domiciliare, sostegno alla genitorialità, percorsi nascita, spazio giochi, mediazione culturale…. Di questo si è parlato nel seminario «Soluzioni innovative per i servizi per la prima infanzia in Veneto» (Padova, 6 febbraio) promosso in collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.

È stato un incontro molto partecipato, in cui è intervenuto anche il Pubblico tutore del Veneto Aurea Dissegna. Il seminario rientra nelle azioni venete del Transatlantic Forum on Inclusive Early Years, un forum internazionale composto da ricercatori, operatori, decisori europei e nordamericani. L’iniziativa di Padova ha avviato il laboratorio veneto per promuovere esperienze innovative nell’ambito dei servizi per la prima infanzia.

In Veneto negli ultimi anni il numero di bambini inseriti in asilo nido e in servizi integrativi per la prima infanzia è stato sostanzialmente stabile: nel 2004 era pari a 10,8 bambini ogni 100 residenti, nel 2012 a 10,3 bambini. Le province di Padova e Rovigo evidenziano un trend migliore rispetto a quello regionale: nella provincia di Padova l’indicatore di presa in carico degli utenti era del 10,3% nel 2004, del 14,8% nel 2012, nella provincia di Rovigo del 6,9% nel 2004 e del 12,6% nel 2012. Il paradosso è che sono in aumento i comuni che hanno un nido nel proprio territorio ma non altrettanto aumenta l’accesso ai servizi, che può migliorare. Nel 2012 nella provincia di Padova il 92% dei bambini in età 0-2 viveva in un comune dove esiste almeno un servizio per la prima infanzia, nella provincia di Rovigo la percentuale era del 95%. Nel 2004 i valori erano rispettivamente il 70% e il 59%.

Le azioni innovative che i territori di Padova e Rovigo  saranno in grado di esprimere ci diranno come affrontare le sfide della flessibilità e adattabilità alle esigenze delle famiglie,  con i genitori, valorizzando gli apporti professionali e comunitari. Molto dipenderà dalla capacità di personalizzare le risposte, renderle sostenibili economicamente, integrare le capacità e le responsabilità.

2.

Combattere la povertà in 3 mosse e 5 passi

Nella lotta contro la povertà i dati ci inchiodano all’inefficacia delle azioni di contrasto. Non è una sorpresa: da tempo è nota l’urgenza di un cambio di rotta. Il passaggio a soluzioni di «welfare generativo» è necessario per superare le pratiche assistenzialistiche e dare impulso a forme di socialità che rigenerino risorse e capacità. Il nuovo Rapporto 2014 «Welfare generativo. Responsabilizzare, rendere, rigenerare» (il Mulino, 2014) indica azioni concrete e necessarie per cambiare passo e contrastare la povertà.

I risultati del nostro welfare li conosciamo, sono parziali e perdenti, mentre sono aumentate le fonti di prelievo da parte di stato, regioni, enti locali. Se il welfare è un costo, il prelievo diventa necessario «per ogni erogatore»: a monte la fiscalità generale, in prossimità delle persone l’imposizione regionale e locale. Il punto di sintesi sono le persone e le famiglie: vedono sommarsi le voci in uscita mentre rimangono inadeguati i servizi in entrata. Aumentano i costi ma non le risposte. Gli andamenti degenerativi lo testimoniano, anzi ci danno la misura dell’urgenza di affrontarli con scelte coraggiose.

È nei momenti di maggiore difficoltà che le resistenze al cambiamento possono essere fiaccate, messe in discussione, per poterle affrontare e superare. Infatti, nel corso degli ultimi mesi, finalmente, la voglia di cambiamento sembra aver iniziato a diffondersi. Lo dimostrano le sperimentazioni partite in diversi territori che puntano a una nuova idea di welfare. Cambiare è possibile. Ma con quali passi? Sono almeno cinque: a) ridurre i trasferimenti e trasformare il valore equivalente in servizi; b) misurare il rendimento in occupazione e in gettito fiscale e contributivo conseguente; c) misurare gli indici di ampliata accessibilità a vantaggio di quanti ne hanno bisogno a costi per loro sostenibili; d) valorizzare e misurare le capacità degli aiutati (dei beneficiari delle risposte di welfare) nel rigenerare quota parte delle risorse investite; e) portarle a corrispettivo sociale, misurando l’impatto e il «dividendo sociale» conseguito. Sono azioni che parlano di «cosa» e «come» raccogliere, in base alle capacità, per poter distribuire più equamente le risorse a disposizione, facendo rendere i talenti, su scala personale e sociale, così da rigenerare le capacità e le risorse, responsabilizzando ogni persona.

Chi sostiene che in Italia non esiste un reddito sociale non conosce o finge di non conoscere le forme di reddito «garantito» già praticate su vasta scala e in modo categoriale. Insieme costituiscono un grande flusso di miliardi di euro. È un sistema assistenziale non governato e soltanto amministrato. Un cambio di paradigma è necessario. I costi possono diventare investimento, con verifiche di esito e di impatto sociale. Ben oltre quindi le nostalgie di un passato assistenziale. Ha lasciato in ombra le responsabilità, le capacità, i doveri. Anche i poveri possono rivendicarli per lottare contro la povertà. Ma se nulla cambierà, prepariamoci a sentirci ripetere ancora dall’Istat tre cose:

Aumentano le disuguaglianze. Tra il 2007 e il 2011 la disuguaglianza dei redditi disponibili in Italia è aumentata di quasi 1 punto percentuale. Nel 2012 il 10% delle famiglie italiane più ricche possedeva il 46,6% della ricchezza netta familiare totale, il 50% delle famiglie meno abbienti possedeva circa l’8%.

Aumenta la povertà. Negli ultimi anni è sensibilmente aumentata quella «relativa» e quella «assoluta». Nel 2013 si contavano oltre 10 milioni di persone «relativamente povere»: un italiano su sei (16,6%) e una famiglia su otto (12,6%) si trovava in condizione di «povertà relativa». Nello stesso anno si stimavano oltre 6 milioni di poveri «assoluti», contro i 4,8 dell’anno precedente: un italiano su dieci (9,9%) e una famiglia su tredici (7,9%).

Aumenta la disoccupazione. Il tasso di disoccupazione complessivo è raddoppiato dal 2007 (6,1%) al 2013 (12,2%). Tra i giovani italiani 15-24enni il tasso di disoccupazione nel 2013 ha raggiunto il 40% a livello medio nazionale (il 51,6% nel Mezzogiorno): durante la crisi è raddoppiato (era pari al 20,3% nel 2007) e la forbice tra i giovani e le fasce più anziane nel mercato del lavoro si è ulteriormente allargata. 

3.

Superare la povertà dei bambini

Il Gruppo CRC (Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza) - network di soggetti del Terzo Settore che si occupa della promozione e tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, coordinato da Save the Children Italia - ha pubblicato sul proprio sito l'editoriale Superare la povertà infantile di Devis Geron e Elena Innocenti. L'editoriale approfondisce la necessità di adottare approcci di welfare generativo per lottare contro la povertà nell'infanzia, riprendendo ad esempio la proposta della Fondazione Zancan di trasformare parte delle risorse annualmente destinate ad assegni familiari in servizi di asilo nido.

4.

Welfare generativo e innovazione nella Regione Abruzzo

Si è svolto a Pescara il primo Forum regionale sulle politiche sociali dal titolo «Social Lab», per promuovere un confronto e una verifica del panorama nazionale di riforma delle politiche sociali (13 febbraio). Presente all’evento - insieme al ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Giuliano Poletti e all’assessore regionale alle Politiche sociali Marinella Sclocco - anche il direttore della Fondazione Emanuela Zancan Tiziano Vecchiato, intervenuto sul tema «Welfare generativo e prospettive di innovazione nella Regione Abruzzo».

È stata una preziosa occasione per fare il punto sulle politiche sociali abruzzesi e anche per un confronto sulle nuove pratiche di welfare possibili nel nostro paese. L’assessore Sclocco ha delineato le strategie che porteranno la Regione insieme a tutti i territori a innovare le politiche di welfare in modo integrato tra sociale e sanitario, valorizzando le persone e le comunità locali e tutte le forze sociali impegnate nella produzione di beni comuni.

Vecchiato ha sottolineato che «in una situazione di crisi come quella che stiamo vivendo non si può più restare ancorati al passato: è necessario adottare un approccio a maggiore capacità e potenza, che possa davvero promuovere corresponsabilità sociali, rigenerare le risorse, grazie alla responsabilizzazione resa possibile da nuovi modi di intendere i diritti e doveri sociali. Così il welfare da costo può diventare investimento». L’Abruzzo fin dalla seconda metà degli anni Novanta ha sviluppato scelte coraggiose, creando gli ambiti sociali, identificando i livelli essenziali di assistenza sociale, sperimentando soluzioni innovative per l’integrazione sociosanitaria. Quindi non parte da zero, ma con un capitale sociale e professionale da rimettere a valore e a investimento. La logica del welfare generativo è proprio questa: valorizzare il capitale sociale e professionale e farlo incontrare con le risorse e le capacità degli aiutati, così da creare un concorso al risultato misurabile in termini di beneficio sociale e di valore economico da reinvestire.

Il ministro Poletti ha espresso con determinazione la volontà del Governo di trasformare gli approcci assistenzialistici in forme efficaci di servizio alle persone e alle famiglie e di mettere mano al sistema dei trasferimenti monetari, così da poter trasformare quanto più possibile i proventi della solidarietà fiscale in servizi e occupazione di welfare. Ha inoltre sottolineato la direzione di marcia che il progetto «Diamociunamano» indica a tutti: condivisione di responsabilità e valorizzazione delle capacità degli aiutati così da potenziare il rendimento delle risorse a disposizione e promuovere forme di socialità più responsabile.

5.

Sprechi di welfare

Circa il 30% della spesa per pensioni assistenziali destinate ai poveri finisce nella disponibilità di famiglie delle classi medie o alte. L’inchiesta pubblicata su Vita del mese di febbraio approfondisce questo tema a partire dai dati pubblicati sul rapporto povertà 2014 della Fondazione Zancan «Welfare generativo. Responsabilizzare, rendere, rigenerare». L’articolo di Tiziano Vecchiato sottolinea inoltre che la lotta alla povertà è una missione impossibile senza responsabilizzazione. Senza rendimento della raccolta fiscale è deficit di giustizia. Senza rigenerare le risorse è welfare degenerativo perché fa implodere il sistema di fiducia e scoraggia le capacità necessarie per una socialità più solidale.

«L’opacità dell’Inps è un freno (anche) alla buona occupazione

Il nostro welfare potrebbe utilizzare 3 miliardi per lottare contro la povertà, affrontando la sfida dell’equità tra generazioni. Ma c’è bisogno di un Inps casa di vetro. Non è facile fare chiarezza sulle risorse disponibili, identificando quelle destinabili a equità e a rendimento sociale. Gli assegni familiari valgono circa 6,5 miliardi.

Le indennità per gli invalidi civili – tra queste ci sono le indennità di accompagnamento – destinate a persone ‘povere’ e ‘non povere’ valgono oltre 13 miliardi.

Ci siamo anche chiesti quanto vale la spesa assistenziale destinata ai pensionati benestanti. Le proposte del Rapporto 2014 nascono da questa ricerca. Le analisi non sono facili, perché i dati sono poco accessibili e poco trasparenti. Anche per questo abbiamo volutamente sottostimato i potenziali a disposizione. Con tre miliardi si può triplicare l’occupazione nei servizi per la prima infanzia 0-3 anni per arrivare al 50% di accesso ai nidi comunali, includendo i bambini poveri. Avrebbero garantita sana alimentazione, socializzazione, migliore sviluppo cognitivo, con modi più efficaci di lottare contro la povertà.

Lo studio di fattibilità ha ipotizzato di riconfigurare una parte dei 6,5 miliardi di assegni familiari (con almeno un miliardo e mezzo di euro) in un fondo di investimento per la prima infanzia (D. Geron e T. Vecchiato, in Studi Zancan n. 3/2014). Ai genitori non verrebbe tolto il diritto agli assegni ma proposto di trasformarlo in investimento a vantaggio proprio e di tutti, con un doppio ritorno: accesso facilitato per i propri figli e occupazione in corsia preferenziale per le madri interessate a lavorare nei servizi 0-3. Il numero di bambini accolti potrebbe triplicare (fino a 600mila rispetto ai 200mila attuali). Triplicherebbe l’occupazione con 80mila nuovi posti di lavoro. Sono indicatori di uscita dalla povertà per le donne occupate e di fruizione dei servizi da parte di bambini oggi esclusi. Sono utili per valutare l’impatto sociale di scelte inedite, del loro rapporto costoefficacia, del loro rendimento sociale. Con altri numeri conosceremmo i vantaggi messi a disposizione degli spazi sociali interessati da scelte che riguardano alcuni e tutti.

Abbiamo titolato il rapporto 2014 sulla lotta alla povertà ‘Welfare generativo. Responsabilizzare, rendere, rigenerare’. Senza responsabilizzazione è missione impossibile. Senza rendimento della raccolta fiscale è deficit di giustizia. Senza rigenerare le risorse è welfare degenerativo, perché fa implodere il sistema di fiducia e scoraggia le capacità necessarie per una socialità più solidale».

Fonte: Vita.it febbraio 2015 

6.

Azzardo, «costi sociali altissimi se non blocchiamo la pubblicità»

L'intervista di Tiziano Vecchiato alla vigilia del passaggio in consiglio dei ministri del decreto legislativo di regolamentazione dei giochi pubblici pubblicata su Vita

«Dipendenze senza sostanze», così era stato qualificato il problema nel Rapporto 2004 sulla povertà in Italia (Caritas Italiana e Fondazione Zancan, Vuoti a perdere, ed. Feltrinelli). La sostanza non c’è (droga, alcol…), non è chimica, è più subdola e impalpabile: cessione senza condizioni al gioco d’azzardo della propria volontà. Oggi il problema viene definito «ludopatia», patologia mentale con effetti indesiderati, dipendenza patologica, degrado umano, impoverimento con menzogne, ricorso all’usura, altro ancora.

È una peste moderna. Gli untori interessati alla sua espansione non sono pochi. Insieme  e collusivamente contribuiscono a promuovere il gioco compulsivo. Tra loro c’è anche chi dovrebbe fare di tutto perché patologie come questa, ad alto impatto sociale, non si estendano. È stato un gesto simbolico contrastare questa forma di dipendenza con i Lea (livelli essenziali di assistenza), si è voluto dire: è un problema anche sanitario che si può curare.

Cosa significa includere nei Lea la ludopatia? Prendere atto che le forme di dipendenza da sostanze e senza sostanze devono essere trattate dai servizi sanitari: quelli che si occupano di «dipendenze» e/o dai «servizi di salute mentale». Quali dei due? È un problema organizzativo, a carico delle Regioni, visto che in molti casi i servizi per le dipendenze sono un’articolazione organizzativa dei dipartimenti di salute mentale.

Il decreto Balduzzi lo precisa quando dice «nel rispetto degli equilibri programmati di finanza pubblica». Non si tratta di aggiungere nuove risorse, ma di agire con quelle esistenti. Il risultato è a somma zero per il livello centrale, integrativo dell’offerta sanitaria per le Regioni, a costo indefinito per le famiglie, visto che le dipendenze senza sostanze fanno danni irreparabili al loro interno.

Nel caso dell’aviaria, la capacità mediatica dei produttori di vaccini ha esaltato la paura dell’epidemia, al punto che molti ministeri della salute, e la stessa Oms, non hanno avuto dubbi sulla necessità di destinare risorse ingenti per contrastarla, anche se il rischio si è poi rivelato limitato. A volte l’apparenza inganna e influenza negativamente i decisori. Nel caso della ludopatia, le scelte del governo potrebbero invece sottovalutare la sua già estesa portata epidemiologica. Gian Antonio Stella due anni fa sintetizzava così il problema: «su un monte di 321 miliardi di euro spesi nel mondo nel 2012 nei giochi legali (ripetiamolo: 321 miliardi netti, rimasti agli organizzatori dopo aver pagato le vincite) circa il 25% dei denari buttati nell'azzardo era americano, il 15,6% cinese, il 9,7% giapponese e quasi il 6% italiano. Quarti al mondo» (Corriere Economia, 6 maggio 2013). In pratica eravamo primi in Europa. Se la pubblicità non sarà vietata non solo manterremo questo triste primato, ma i costi «sociali e istituzionali» saranno incrementali: i primi (sociali) saranno a carico delle famiglie lacerate e impoverite, mentre i secondi (istituzionali) saranno a carico dei Comuni, che dovranno assisterle economicamente. Al resto ci penseranno i Lea.

7.

Chiudere gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari 

«La data per la chiusura degli OPG si avvicina: il 31 marzo 2015 è la scadenza fissata dalla legge. Vogliamo essere sicuri che sarà rispettata. E che al loro posto non si apriranno nuove strutture manicomiali. Perciò continua la mobilitazione:

  • per far chiudere gli OPG al 31 marzo 2015 senza proroghe e senza trucchi
  • per la nomina di un Commissario per l’attuazione della legge 81/2014 sul superamento degli Opg
  • per fermare i nuovi ingressi e favorire le dimissioni, con buone pratiche per la salute mentale, una buona assistenza sociosanitaria nel territorio,
  • per evitare che al posto degli Opg crescano nuove strutture manicomiali (le cosiddette Rems: i «mini Opg» il cui numero può e deve essere invece drasticamente ridotto)».

Il comitato StopOPG

Per maggiori informazioni www.stopopg.it

8.

Ebook in omaggio per il rinnovo dell’abbonamento a Studi Zancan

Per ringraziare gli abbonati che ci hanno seguito durante il 2014 - un periodo importante per la Fondazione Zancan che ha raggiunto 50 anni di formazione, studi, ricerche, sperimentazioni, proposte culturali, a servizio delle persone – mettiamo a disposizione un ebook in omaggio della collana «Esperienze» per chi decide di rinnovare l’abbonamento.

La rivista on line «Studi Zancan» si caratterizza per l’attenzione rivolta alle politiche sociali, ai servizi alla persona e alla famiglia, alla tutela dei soggetti deboli, alla lotta alla povertà, al volontariato, all’integrazione sociosanitaria, ai sistemi di welfare, alla progettazione personalizzata, alla valutazione di esito, al welfare generativo.

La promozione è disponibile fino al 31 marzo. Si può scegliere il volume in formato pdf dal sito (link (https://shop.fondazionezancan.it sezione Pubblicazioni/Esperienze)e  specificando il titolo a segreteria@fondazionezancan.it sarà inviato direttamente per email.

Il costo dell'abbonamento per l'anno 2015 rimane 35,00 euro. Il pagamento può essere effettuato:

  • online (cliccando nel sito della Fondazione Zancan su «Aggiungi al carrello»)
  • con un versamento sul c/c postale n. 12106357;
  • con un bonifico su conto corrente postale: IBAN  IT72V0760112100000012106357;
  • con bonifico bancario: Cassa di Risparmio del Veneto: IBAN IT44K062251215007400338696S
  • o semplicemente inviando una mail di richiesta a segreteria@fondazionezancan.it

I conti correnti vanno intestati a Fondazione «E. Zancan» Onlus, via Vescovado 66, 35141 Padova.

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