1.

Meno aiuti monetari, puntiamo sui servizi

I bambini e i ragazzi di oggi sono «i figli della crisi»: l’intera fascia di età fino a 18 anni ha risentito delle conseguenze devastanti della crisi economica. I dati sono spietati: secondo le stime dell’Istat, nel triennio 2011-2013 è raddoppiato il numero di minori italiani in «povertà assoluta»: da 723mila bambini e ragazzi nel 2011 a 1 milione 434mila nel 2013. Ciò significa che nel 2013 un minore su sette (il 13,8% dei residenti) era in povertà assoluta. Non solo: nel 2013 il 27,9% dei bambini italiani fino a 6 anni era a rischio di povertà o esclusione sociale (era il 26,3% nel 2007).

Di questi dati e delle soluzioni per contrastare la povertà infantile si è parlato nell’ambito del convegno «Povertà minorile. I figli della crisi e il diritto al futuro» (Brescia, 29 giugno), che ha visto la partecipazione della Fondazione Zancan.

Negli ultimi decenni abbiamo assistito a una sorta di schizofrenia istituzionale: da un lato una produzione di dichiarazioni a sostegno della centralità dell’infanzia e dell’adolescenza e dall’altro politiche poco attente al popolo «invisibile» dei bambini e dei ragazzi, che così vedono sacrificata la loro speranza di vita. I dati ci mettono di fronte a una sconfitta che è di tutti, di un’intera società con poco futuro e incapace di investire per renderlo positivo.

Come cambiare le cose? Abbandonando approcci assistenziali basati su politiche passive che devono invece essere finalizzate al coinvolgimento e alla responsabilizzazione delle persone, con strategie di aiuto condizionato all’impegno dei genitori nei confronti dei figli e una più diretta responsabilizzazione dei destinatari delle risposte di welfare.  Emblematica è inoltre l’inefficacia dei trasferimenti economici nella lotta alla povertà infantile. L’impatto è di gran lunga inferiore rispetto a quello medio europeo: -6,7 contro -14,2 punti percentuali. Mentre i trasferimenti hanno un’efficacia molto limitata, i servizi per l’infanzia sono invece molto più capaci di ridurre povertà e disuguaglianze. Per ora sono rivolti a un numero troppo limitato di bambini, soprattutto per la fascia 0-3 anni. Un futuro migliore per i bambini poveri è ancora tutto da costruire e con scelte inedite e coraggiose.  

2.

Welfare territoriale e non autosufficienza in Toscana

«La presenza di una persona anziana non autosufficiente aggrava la vulnerabilità economica e sociale delle famiglie. Nel 2014, le persone anziane non autosufficienti in Toscana erano oltre 75mila e di queste circa 32mila in condizioni di gravità.

La risposta dei servizi deve quindi essere in grado di sostenere contestualmente non solo la persona anziana in condizione di bisogno, ma anche la famiglia che se ne prende cura, garantendo accessibilità e fruibilità al sistema dei servizi e interventi appropriati ad ogni singola situazione. È evidente che il mantenimento del Fondo regionale per la non autosufficienza continua ad essere una condizione essenziale per sostenere le famiglie che si occupano dei propri familiari non autosufficienti e per garantire risposte adeguate a chi è privo di una rete familiare di sostegno.

In un contesto di bisogni crescenti, è fondamentale che le risorse (sempre più scarse) siano utilizzate nel miglior modo possibile e l’attività di monitoraggio svolta dal sindacato è una preziosa fonte di informazioni sullo ‘stato di salute’ dei servizi territoriali esistenti».

Queste riflessioni si possono leggere nella presentazione del terzo rapporto di monitoraggio dei percorsi di accesso e di presa in carico dei cittadini anziani non autosufficienti residenti nelle zone-distretto della Toscana.

Gli obiettivi del monitoraggio – realizzato da Fnp Cisl Toscana, in collaborazione con la Fondazione Zancan – sono di: porre l’attenzione sulle modalità di attuazione territoriale del modello di presa in carico delineato dalla legge regionale sulla non autosufficienza, verificarne l’andamento nel tempo e promuovere il confronto tra le zone-distretto, in un’ottica di benchmarking e di miglioramento complessivo del sistema.

Il rapporto è stato presentato a Firenze in un convegno pubblico il 25 giugno scorso ed è liberamente scaricabile dai siti http://fnp.cisltoscana.it e www.fondazionezancan.it.

La pubblicazione fa emergere la capacità di risposta territoriale, evidenzia le differenze e le specificità locali e offre al sindacato e ai cittadini informazioni necessarie per partecipare in maniera più consapevole e attiva alle scelte e ai processi decisionali che a livello locale riguardano il sistema dei servizi per le persone anziane non autosufficienti.

3.

Studi Zancan 2/2015: l’azione generativa dell’infermiere nel prendersi cura della persona

La strategia culturale che la Fondazione Zancan propone di mettere in campo per superare l’attuale crisi economica dei sistemi di welfare nasce dalla convinzione che colui che riceve un servizio possa essere generativo a sua volta, attivando le proprie risorse e capacità a vantaggio della comunità. È necessario, anche per la professione infermieristica, approfondire cosa significhi essere «generativi» nei confronti della persona e con la persona. Per affrontare questo argomento è stato coinvolto un gruppo di infermieri qualificati nella formazione di base, nella gestione delle risorse umane e nello sviluppo professionale e organizzativo delle Regioni Veneto, Friuli Venezia Giulia e della Provincia Autonoma di Trento.

A quali condizioni il nursing può essere generativo? Come allargare le possibilità di rendimento dell’azione professionale degli infermieri? L’intero numero della rivista (2/2015) è dedicato a queste domande strategiche, per realizzare ambienti generativi in grado di facilitare il passaggio tecnico e culturale da «aver diritto ad una prestazione» ad «aver diritto ad un esito di salute».

I contenuti proposti si suddividono in quattro parti che accompagnano un percorso logico: dalla focalizzazione di cosa significhi essere generativo per la professione infermieristica, a ipotesi applicative nella pratica professionale, approfondendo il ruolo dell’organizzazione e della leadership, terminando con proposte da sperimentare con modelli di nursing generativo in area ospedaliera, territoriale e formativa, fruibili su tre livelli. Vi sono indicazioni che possono essere utilizzate dal coordinatore di un corso di laurea o da un caposala con la propria équipe all’interno di una struttura (livello micro). Seguono indicazioni che possono essere fruite a livello aziendale o di dipartimento universitario (livello meso), con la definizione di azioni utili a tutte le strutture. Viene infine presentato un livello macro con proposte utili agli ordini professionali per la negoziazione con le Regioni, con il Murst o con il Ministero. Quanto pensato vuole essere l’inizio di un percorso per la professione infermieristica. Non può quindi considerarsi esaustivo, in quanto ha la necessità di essere sviluppato, attraverso la definizione di diversi livelli di azioni generative.

I contenuti delle linee guida, del modello di nursing infermieristico e i relativi descrittori testimoniano via via quanto i valori e i principi del nursing siano fortemente in sintonia con il significato di generatività.

4.

Per costruire nuovi modi di essere società, bisognerebbe essere come i bambini

Rubrica Welfarismi di Tiziano Vecchiato, Vita giugno 2015

Coesistenze

Multilinguismo, identità, multuculturalità sono sfide per un mondo che cambia. Con l’idea di identità si è portati a pensare a copie di un originale, che si riproduce in ogni residente, mentre il multilinguismo ci chiama verso una multiculturalità, cioè ben oltre chi custodisce se stesso come un archivio, con tanto passato e poco futuro. Risalendo nel tempo si perdono le tracce di chi oggi si crede depositario di identità, lingua e cultura. Rivendica il suo posto in una terra che domani non sarà più sua. Sopravvive tenacemente dopo che nel Novecento i sudditi sono diventati cittadini e hanno creato nuove coesistenze, dentro nuovi spazi sociali.

Come spiegarlo ai bambini? Non si contendono la terra, ma cose semplici e umane con cui giocare. Come spiegargli che l’identità non è marcatura biologica, etnica, culturale, per separare i residenti dai non residenti? La lingua non è per chi la sa, ma per apprendere e comunicare. È difficile spiegare che la cultura non è quello che si sa, ma quello che si è.

I bambini non si fermano al colore di chi ha nome, capacità, sentimenti e molto altro da condividere, nel gioco della fraternità umana, crescendo insieme. Diventa più facile per loro imparare a esprimersi con lingue parlate, dei segni, dei suoni, dei colori. L’arte li sa gestire meglio di qualunque altra espressione umana e, anche per questo, la distanza tra arte e cultura non c’è, se diventa messaggio di umanità.

È anche potenziale occupazionale a disposizione di tante donne, visto che con 1,5 miliardi dei 6,5 oggi destinati ad assegni familiari si creerebbero 40mila posti di lavoro, a vantaggio di 200mila bambini 0-3 oggi esclusi da queste opportunità (www. welfaregenerativo.it).

Spazi di nuova umanità

Il passaggio da multilinguismo a multiculturalità è ardito, visto che parlare tante lingue non significa ancora pensare in tanti modi. Le culture sono quello che la parola esprime: «culture», ambienti creativi. Esprimono il senso della vita, quello in cui si crede e le speranze che prefigurano futuri di socialità. I bambini «mentre crescono sono», diventano grandi e non lo sono ancora. La tensione tra presente e futuro può così coesistere, tenersi per mano, se non prevalgono le attese degli adulti e la loro pressione identitaria. Sono trappole, soprattutto oggi, dopo che «vivere tra diversi» è diventato norma e non più eccezione. È uno sforzo necessario per fare spazio a una umanità nuova, che ha bisogno di vivere fino in fondo l’equilibrio tra «well-being» e «well-becaming». Negli ultimi anni la ricerca non è stata inerte (www.tfieyitalia.org). Ha affrontato i conflitti che si concentrano intorno alle differenze umane. I servizi 0-6 prefigurano già il loro futuro, senza bisogno di spiegarlo. Lo dicono i volti, le lingue e le culture che coesistono in spazi accoglienti di nuova umanità, nei suoi primi anni di vita. Ci aiuta a scoprire quello che le paure dei mondi possibili nascondono agli occhi dei pregiudizi. 

5.

Prospettive di welfare generativo

Rappresentanti di enti pubblici, privati, civili ed ecclesiali da tutt’Italia si sono ritrovati a Malosco, in Trentino, nella sede estiva della Fondazione Emanuela Zancan per un vivace confronto sulle «Prospettive di welfare generativo» (1-4 luglio). Introdotto e coniato dalla Fondazione Zancan, il concetto di welfare generativo – una nuova logica che abbandona l’approccio assistenzialistico per dire alle persone ‘non posso aiutarti senza di te’ – sta sempre più prendendo piede e trovando consensi a livello nazionale.

Troppo spesso, ancora, si perpetuano percorsi di aiuto in cui la persona (e l’operatore) depotenzia le proprie capacità perché si limita a ricevere. «È più facile per tutti». Ma nel momento in cui la persona è chiamata a compartecipare è molto probabile che l’efficacia dell’intervento sia maggiore. L’attivazione diventa condizione di dignità, di sviluppo di capacità, di produzione di valore, di esperienza di relazione. Possiamo usare tre parole per spiegare il senso del welfare generativo: responsabilizzare, rendere, rigenerare.

La necessità di cambiare rotta nei sistemi di welfare è dimostrata dai dati. Nel 2013 il 12,6% delle famiglie italiane e il 16,6% delle persone si trovavano in condizione di povertà relativa.

Nel contempo il 7,9% delle famiglie e il 9,9% delle persone erano «povere assolute». Il tasso di disoccupazione è raddoppiato in 7 anni (dal 6,1% nel 2007 al 12,7% nel 2014). Nel 2012 il 10% delle famiglie più ricche possedeva il 46,6 per cento della ricchezza netta familiare totale, contro il 44,3 per cento nel 2008. Il 50% delle famiglie meno abbienti possedeva circa l’8 per cento della ricchezza, contro quasi il 10 per cento nel 2008.

La recessione di welfare in atto negli ultimi anni ha innescato un declino che è culturale prima ancora che strutturale, perché le risorse non mancano, ma latitano le capacità. Manca in particolare la capacità di pensare in modo diverso da quello della spesa: la ricerca esasperata del consenso impedisce di sperimentare un diverso utilizzo delle risorse di welfare. La diversità può ad esempio essere prefigurata in termini di investimento e di servizi che generano lavoro. I diritti di welfare hanno una duplice dimensione: sono diritti dell’individuo e non solo. Garantirli solo all’individuo significa non considerare la loro portata «oltre la persona». Il loro raggio di azione è più ampio: l’azione responsabile di sé e degli altri. Sono, per certi aspetti e nello stesso tempo, diritti della persona e delle persone, che insieme sono chiamate a condividere problemi, risorse e responsabilità per affrontarli.

Il diritto dei lavoratori a ricevere «mezzi adeguati» alle esigenze di vita in caso di disoccupazione involontaria (art. 38 Cost.) riguarda persone che possono mettere a disposizione capacità, competenze, consentendo un maggior rendimento dell’aiuto prestato, potendolo misurare in termini di salvaguardia della persona e di valore sociale prodotto. Potenzialmente questo vale per tutti coloro che ricevono un aiuto economico o materiale, che possono mettere a disposizione della collettività le proprie abilità e competenze, rigenerando le risorse e trasformando i diritti da individuali a collettivi.

Considerata l’alta partecipazione e l’interesse verso i temi del seminario, è già prevista una seconda edizione che si terrà a Padova in autunno (28-29-30 ottobre).

Per informazioni welfaregenerativo@fondazionezancan.it

6.

Multilinguismo e identità nella prima infanzia

Si è svolto a Washington il sesto meeting del Transatlantic Forum on Inclusive Early Years (8-10 luglio). Ricercatori, politici, operatori e dirigenti di servizi sociali sanitari educativi, pubblici e privati, si sono confrontati sul tema del multilinguismo e delle identità nella prima infanzia. Il meeting si è svolto presso il Migration Policy Institute di Washington ed è stato organizzato dalla Fondazione Re Baldovino che coordina l’intero progetto internazionale TFIEY (Transatlantic Forum on Inclusive Early Years), in collaborazione con altre fondazioni europee e nord americane.

Il meeting internazionale è stato un’occasione importante per fare il punto sugli approcci e gli stili di intervento messi in atto in diversi paesi, con l’obiettivo di sviluppare modelli e politiche innovative in grado di prevenire le disuguaglianze per bambini che vivono e sperimentano diverse identità culturali.

L’obiettivo era di analizzare e discutere i punti di forza e di debolezza degli approcci esistenti, a partire da esperienze realizzate nei diversi contesti culturali. Una parte del meeting è stata inoltre dedicata ad approfondire le modalità di implementazione dei diversi modelli nei contesti politici europei e nordamericani. Nella fase conclusiva del programma sono stati intervistati da Margie McHugh, del Migration Policy Institute, politici e amministratori dell’Unione Europea e del governo americano per provare a descrivere il futuro dei servizi per la prima infanzia. Tra gli intervistati, Kristina Cunningham della Direzione Generale Educazione e Cultura della Commissione Europea e Roberto Rodriguez, assistente del Presidente per le politiche educative della Casa Bianca.

I partecipanti italiani, coordinati dalla Compagnia di San Paolo e dalla Fondazione Cariplo che fanno parte del Forum Internazionale, hanno portato al meeting le questioni e le raccomandazioni emerse al seminario nazionale sul tema «Multilinguismo e sviluppo delle identità culturali nella prima infanzia», realizzato a Reggio Emilia il 25-26 maggio in preparazione del Forum.

I contributi presentati e discussi al seminario di Reggio Emilia sono pubblicati su Idee Condivise n. 6. Il Quaderno Tfiey 6 presenta alcuni dei dati più significativi sul contesto multiculturale che caratterizza il nostro come altri Paesi avanzati. La versione in inglese che ha contribuito al Forum internazionale di Washington si intitola «Identity, multilingualism and multiculturalism». Tutte le pubblicazioni vanno ad alimentare la biblioteca del TFIEY e sono disponibili on-line sul sito www.tfieyitalia.org. 

7.

Povertà e sostegno al reddito

L’intervista di Stefano Arduini a Tiziano Vecchiato su Vita.it

A fine giugno la regione Friuli Venezia Giulia ha approvato, anche con i voti di Sel e Movimento 5 Stelle, una legge che prevede l’assegnazione del sussidio per le persone con redditi molto bassi. Si arriva a un massimo di 550 euro per le persone con un indicatore Isee inferiore ai 6mila euro per una durata massima di 12 mesi. Il governatore e vicesegretario del Partito Democratico, Debora Serracchiani ha salutato l’approvazione come «misura attiva per l’inclusione sociale» e anche oggi, dopo la relazione del presidente dell’Inps, alcuni hanno letto in quella norma la declinazione concreta del reddito minimo che dovrebbe costituire uno dei cinque cardini della riforma delle pensioni che ha in testa Boeri.

Vita.it ha chiesto una valutazione della norma al direttore della Fondazione Zancan, Tiziano Vecchiato.

C’è chi vede nella legge del FVG una svolta nella concezione della politiche di sostegno al reddito, è così?

Solo in parte. Partiamo dall’aspetto più positivo che fa di questo provvedimento in assoluto la miglior legge su piazza in questo settore: il Friuli Venezia Giulia ha stabilito che il sostegno al reddito può andare solo ed esclusivamente a chi non percepisce altri aiuti. Mi sembra una misura di equità che va nella direzione di stare a fianco di chi ha veramente necessità e non di chi può contare su altri salvagenti. Certo sarà un impegno non semplice per l’amministrazione che dovrà gestire le verifiche, ma la loro tradizione teutonica in questo senso è una buona base su cui poggiare.

Cosa invece non la convince?

Le rispondo con una domanda. Cosa intende la Serracchiani per «misura attiva»? Da quello che capisco io questa norma, come quella trentina e quella sarda, si rifanno alla «tradizione» italiana dove per attivazione si intende l’accettazione di un contratto con l’amministrazione pubblica in base al quale il beneficiario si impegna a seguire i corsi di formazione che gli vengono proposti durante il periodo di inattività. Questo meccanismo però non ha niente di attivo. Lo dimostrano i numeri.

Quali numeri?

Quelli del tasso di attivazione che nelle regioni a cui facevo riferimento prima non superano il 10%: ovvero meno di un beneficiario su dieci nel periodo di sostegno rientra nel mondo del lavoro. In altre parole la gran parte preferisce restare sotto l’ombrello dell’aiuto di Stato quanto più a lungo possibile.

Ci sono alternative?

Io credo che il sostegno vada concesso solo a chi accetta nel frattempo di restituire qualcosa alla comunità attraverso attività sociali, una sorta di servizio civile. In questo modo, fra l’altro, si eviterebbe, cosa tutt’altro che rara, che i percettori degli aiuti nel frattempo lavorino in nero, portando a casa un doppio introito. Senza contare il valore sociale e formativo insito in un’opera di servizio alla comunità.

Giudizio finale sulla Serracchiani?

La strada intrapresa è quella giusta, ora abbia più coraggio. 

8.

Povertà, adesso  il vero divario è generazionale

L’intervento a Tiziano Vecchiato sui dati Istat: «La difficile mobilità sociale penalizza i ragazzi che crescono in famiglie povere. Servono politiche attive, quelle attuali non superano i test di efficacia»

L’appuntamento annuale con le statistiche Istat sulla povertà in Italia quest’anno è inconsueto, perché le stime sulla povertà si basano su dati di spesa delle famiglie calcolati con un metodo diverso dagli anni precedenti. I dati generali ci parlano di 4 milioni 102 mila persone in condizione di povertà assoluta e di 7,8 milioni di persone in condizione di povertà relativa. Ci dicono anche che tra il 2013 e il 2014 la povertà non è aumentata, assestandosi su un trend di stabilità dopo l’impennata del 2012. Potrebbe sembrare un messaggio rassicurante, in particolare per la politica e per il modo italiano di aiutare i poveri. In questi anni hanno prevalso le politiche passive, l’assistenzialismo di sussistenza, caratterizzata da tanti e troppi trasferimenti monetari e pochi servizi. Non si privilegia l’aiuto che aiuta e non si valorizzano le capacità, consentendo ai poveri di uscire dalla povertà.

Ma torniamo al cambiamento di metodo. Le stime precedenti indicavano per il 2013 oltre 6 milioni di poveri «assoluti», mentre ora sono ricalcolati a 4,4 milioni. Lo stesso è accaduto per i poveri relativi, che erano stimati in oltre 10 milioni (sempre nel 2013), mentre ora sono riportati a 7,8 milioni. È come se la povertà assoluta e relativa si fossero ridotte di circa il 20%. Questo ricalcolo non deve trasformarsi in illusione ottica e in strumentalizzazione politica. Se la povertà fosse diminuita potremmo rilassarci, prenderne atto e non metterla ai primi posti dell’agenda politica. Potremmo parcheggiarla nelle politiche tradizionali, che invece contribuiscono al deficit strutturale che è la povertà italiana, di lungo periodo, affrontata con politiche assistenzialistiche. Sono politiche che non hanno il coraggio di riconvertire i trasferimenti monetari in servizi e occupazione di welfare. Non considerano le risorse a disposizione come un fondo di investimento di circa 50 miliardi e quindi non affrontano la sfida del rendimento e della valutazione di impatto sociale.

C’è poi un altro aspetto della povertà che viene confermato dai dati Istat. Non è quello classico del cronico divario tra Nord e Sud. C’è un divario molto più profondo, che è la distribuzione della povertà tra generazioni. Nel 2014 l’incidenza della povertà assoluta tra i minori risulta, infatti, al 10%, cioè più del doppio che tra gli anziani (pari al 4,5%). È in sostanza disuguaglianza non solo territoriale ma generazionale che penalizza le nuove generazioni e le famiglie con figli piccoli. È un paradosso umano e sociale. Costringe le famiglie che coltivano la vita ad affrontare questa responsabilità senza i mezzi adeguati. Quasi un quinto (18,6%) dei nuclei familiari con tre o più figli minori sono «assolutamente poveri», contro uno su 20 (4%) dei nuclei con almeno due anziani. La diffusione della povertà tra i nuclei con tre o più figli minori è aumentata di un punto percentuale tra il 2013 e il 2014 (dal 17,6% al 18,6%), mentre tra le famiglie con due o più anziani è diminuita.

Infine emerge con chiarezza una patologia sociale radicata nel nostro paese. Riguarda la difficile mobilità sociale che penalizza i ragazzi che crescono in famiglie povere. La loro speranza di migliorare la propria condizione rispetto a quella dei genitori è ridotta, mentre in altri paesi non è così. Due indicatori di questo rischio di immobilità sociale: nel 2014 risultano assolutamente poveri l’8,4% dei nuclei con capofamiglia con licenza elementare contro il 3,2% dei nuclei con capofamiglia almeno diplomato; la povertà assoluta riguarda l’1,6% dei nuclei con persona di riferimento dirigente/impiegato, contro il 9,7% tra le famiglie di operai e il 16,2% tra quelle con capofamiglia in cerca di occupazione.

Per queste ragioni il quadro che l’Istat ci propone è anche un invito a resettare i modi tradizionali di affrontare la povertà, a rimettere in discussione i paradigmi assistenzialistici, a chiederci cosa significa «politiche attive» visto che quelle attuali non lo sono e non superano i test di efficacia. Speriamo di farne tesoro aprendo un serio confronto e guardando oltre la siepe.

 Fonte: Vita.it

9.

Padova, sempre più donne chiedono aiuto ai centri antiviolenza

«Ripensare al futuro» è questo il titolo del seminario organizzato dal Centro Veneto Progetti Donna – Auser di Padova in collaborazione con la Fondazione Emanuela Zancan (Malosco, 22-25 luglio) con l’obiettivo di ripensare alle ragioni che sostengono l’impegno quotidiano del Centro Donna e proporre gli orientamenti per i prossimi cinque anni.

Il Centro Veneto Progetti Donna – Auser è un’associazione di donne sorta nel 1990 per prevenire e accogliere varie forme di disagio delle donne e delle famiglie con particolare attenzione alle situazioni di violenza e abuso, con progetti di prevenzione e intervento, formazione, sensibilizzazione e altre esperienze di socialità.

In tema di violenza contro le donne, i dati raccolti dal Centro sono allarmanti: da gennaio a dicembre 2014 sono arrivate ai centri 827 donne, da tutta la provincia di Padova. Il 71% è di nazionalità italiana e la fascia di età prevalente va dai 30 ai 50 anni. Quasi la metà sono coniugate o vivono in una relazione stabile. Circa il 62% ha figli e i minori coinvolti in situazioni di violenza assistita sono 535. Si tratta di donne che chiedono aiuto e sostegno. Il Centro le accoglie e per ognuna viene costruito un percorso di aiuto e accompagnamento per uscire dalla violenza. Questi 25 anni di esperienza sono motivo per il Centro Donna di fare un bilancio e guardare al futuro per potenziare la capacità di aiuto così da affrontare problematiche anche inedite che si stanno diffondendo. L’indice di violenza contro le donne, dentro e fuori casa, segnala che aumentano in modo esponenziale le donne che chiedono aiuto ai Centri: si tratta di un servizio prezioso per la comunità e i centri di responsabilità a tutti i livelli. Ma c’è un dato ancora più preoccupante che riguarda i figli, che insieme con le madri, sono a loro volta vittime, poiché pagano pesantemente le conseguenze della violenza subita e assistita come testimoni diretti.

Le proposte emerse dal seminario saranno organizzate in un documento messo a disposizione di tutti i centri di responsabilità sociali e istituzionali affinché il problema possa essere affrontato e condiviso da parte di tutta la comunità.

10.

Chiusura estiva

La sede di Padova della Fondazione e il Centro di documentazione sulle politiche sociali saranno chiusi per ferie da lunedì 3 a venerdì 28 agosto. Auguriamo a tutti buone vacanze estive.

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