1.

L’apporto delle fondazioni di erogazione alla lotta contro la povertà

Assifero, associazione che riunisce le fondazioni di erogazione, ha approfondito, lo scorso 26 giugno a Milano, come possono essere meglio finalizzate le risorse private destinate alla lotta alla povertà. Il punto di partenza della riflessione è stata l’esperienza della fondazione Zancan, con le analisi delle politiche, della spesa pubblica e del suo rendimento per contrastare il fenomeno. Le criticità sono apparse molto evidenti, visto che si dedica troppo al trasferimento di fondi e troppo poco all’accompagnamento, alla trasformazione professionale delle risorse. Nei territori dove i trasferimenti sono più alti la povertà non diminuisce, anzi si consolida e diventa persistente. Nei territori con più risorse, è più facile osservare passività, adattamento, assistenzialismo, grazie ai maggiori trasferimenti. È una grande contraddizione che può insegnarci a non ripetere gli errori. Dal privato solidale possono arrivare nuove soluzioni? Risorse meglio gestite possono dare un maggiore rendimento e maggiore capacità di aiuto? La sola spesa pubblica per assistenza sociale è di poco superiore ai 50 miliardi di euro. Ad essa si aggiunge l’iniziativa privata, ad alto valore sociale, delle fondazioni di erogazione, del non profit, delle Caritas, delle parrocchie, … Un grande potenziale da esplorare, da meglio governare, integrando le risorse ma anche e soprattutto le responsabilità. Prima di aggiungere altre risorse è necessario capire come utilizzare e far rendere di più quelle che abbiamo a disposizione.

Alcune dimensioni del problema
L’Istat quantifica i poveri in 8 milioni 272 mila di «poveri relativi» e 3 milioni 129 mila di «poveri assoluti». Se contiamo anche le persone e famiglie che vivono poco oltre la linea di povertà relativa, le dimensioni si allargano ad almeno 1/5 della popolazione. L’Istat arriva a stimare un italiano su quattro (18,2%) a rischio povertà nel recente rapporto su reddito e condizioni di vita (relativo al 2010). I parametri di maggiore concentrazione sono nelle famiglie monoreddito (anziani soli e genitori soli). Il 16% delle famiglie arriva a fine mese con molte difficoltà. L’8,9% ha sperimentato cosa vuol dire trovarsi in arretrato con il pagamento di bollette, l’11,2% con l’affitto o il mutuo, l’11,5% non riesce a riscaldare la propria abitazione. Essere poveri significa essere più esposti ai rischi di malattia, avere più difficoltà nell’accesso alle cure. La povertà non è un fenomeno privato, le sue conseguenze, anche sanitarie, sono un costo per tutti.
Donne e bambini a maggior rischio povertà 
Nel 2009 le persone che hanno vissuto la rottura di un matrimonio sono state poco più di 3 milioni, il 6,1% della popolazione di 15 anni e più, con un conseguente aumento del rischio di povertà. Le più colpite sono le donne: la percentuale di separate, divorziate o riconiugate in famiglie a rischio di povertà è più alta (24%) rispetto a quella degli uomini nella stessa condizione (15,3%). Il pericolo di caduta nella povertà interessa in particolare le madri sole (24,9%), le donne che al momento dello scioglimento non avevano un’occupazione a tempo pieno (54,7%) e quelle con figli (52,9%). Il rendimento scolastico dei figli peggiora nel 20,7% dei casi. Si impoveriscono anche i rapporti con i parenti del padre (18,6%) e della madre (8,7%). I genitori separati fanno più fatica a sostenere alcune spese per i figli: sanitarie (5%), extra-scolastiche (14,7%), sportive (16,1%), vacanze (24,1%). 
Aumentano le sofferenze e le disuguaglianze
La Banca d’Italia registra un notevole aumento delle sofferenze bancarie (+40%), superando quota cento miliardi, quasi 30 miliardi di euro in più in un anno: dai 72,9 miliardi di fine settembre 2010 ai 102 miliardi di fine settembre 2011. Il peso più consistente (oltre la metà del totale) è a carico delle imprese (66,6 miliardi a fine settembre 2011 rispetto ai 47,6 miliardi a settembre 2010, +39,9%). In grande difficoltà anche le famiglie: si passa a 24 miliardi dai 16,4 miliardi di un anno prima, +46,3%. 
L’Ocse nel suo rapporto su … , sostiene che la disuguaglianza dei redditi in Italia è superiore alla media dei paesi Ocse e inferiore solo a Portogallo e Regno Unito. Nel 2008, il reddito medio del 10% più ricco degli italiani (49.300 euro) era dieci volte superiore al reddito medio del 10% più povero (4.877 euro). È un notevole aumento della disuguaglianza rispetto al rapporto che c’era a metà degli anni ottanta (8 a 1). 
Potenziali non considerati
I servizi per sanità e istruzione contribuiscono a ridurre di un quinto la disuguaglianza di reddito. Ma la spesa per assistenza sociale in Italia continua a basarsi prevalentemente su trasferimenti monetari piuttosto che su servizi. Il suo valore complessivo (tra stato, regioni e comuni) è poco più di 50 miliardi di euro. Il 90% è basato su trasferimenti e solo il 10% è trasformato in servizi e occupazione di welfare. Si tratta di un capitale sotto utilizzato che costringe molte famiglie a una spesa privata aggiuntiva, in particolare per i primi anni di vita dei figli e per assistere in famiglia le persone non autosufficienti.
Nei rapporti su povertà ed esclusione sociale abbiamo a più riprese criticato le modalità di aiuto compassionevole, a cui istituzioni e società ci hanno abituato, senza verificare gli esiti e l’impatto sociale del loro
diverso utilizzo. Alcune delle proposte formulate hanno considerato i seguenti aspetti: 
- Meno trasferimenti e più servizi. 
- Da trasferimenti a occupazione di welfare. 
- Valorizzare le capacità delle persone, evitando di trasformarle in assistiti.
- Valutare l’efficacia delle azioni di lotta alla povertà. 
In altri paesi europei il rischio di povertà è alto, ma è compensato dalla probabilità di poterne uscire nel breve periodo. In queste condizioni la povertà non diventa un dramma personale e sociale ma un’esperienza superabile. In Italia le politiche tradizionali di lotta alla povertà non aiutano i poveri, se non nella fase di emergenza, e accettano il rischio di trasformarli in assistiti di lungo periodo, con sussidi necessari per convivere con la cronicità, ma inadeguati per uscirne.
Potenziali di innovazione
Il presidente di Assifero, Felice Scalvini, ha evidenziato quanto si possa fare in questo momento, con azioni innovative, capaci di migliorare il rendimento delle risorse, per attivare di più le persone, meglio valutando l’impatto degli investimenti. In questo modo può essere riqualificato l’aiuto possibile, con modalità meno compassionevoli, evitando i rischi dell’assistenzialismo, condividendo con i poveri responsabilità e capacità. La ricerca di nuove soluzioni di lotta alla povertà è un traguardo possibile. La valutazione preventiva e successiva di impatto delle politiche può contribuire non poco ad affrontare i problemi, ridando speranza alle persone e alle famiglie.
Tiziano Vecchiato (direttore della fondazione Zancan) ha insistito sul fatto che non è sufficiente analizzare i problemi e le criticità in cui vivono molte famiglie con figli. Questa conoscenza può e deve essere trasformata in speranza e azioni, selezionando le forme di aiuto più efficaci. Valutare l’impatto delle politiche è il primo passo per poi valutare l’efficacia a vantaggio delle persone, indirizzando l’utilizzo delle risorse secondo criteri di costo/efficacia. Il confronto dei diversi risultati della lotta alla povertà è una strategia necessaria per fare meglio, può dirci quanto di più potremmo fare e aiutare.
La discussione tra i consiglieri di Assifero ha evidenziato l’interesse a meglio valutare gli esiti delle esperienze e dei progetti finanziati dalle fondazioni aderenti, a disseminare i risultati dei «frutti della solidarietà e dell’iniziativa solidale», a dare fiducia a chi si misura quotidianamente con questo «grande» problema ma con «poca» speranza. Anche una crisi così aspra, che stiamo vivendo, ci indica che la prima condizione per lottare contro la povertà è farlo con i poveri, senza assisterli, visto che «non posso aiutarti senza di te». 
2.

Minori: lavorare per progetti personalizzati per evitare l’allontanamento

Continua a destare interesse l’esperienza di «Risc – Rischio per l’infanzia e soluzioni per contrastarlo», studio nazionale coordinato dalla Fondazione «E. Zancan» e finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, di cui si è da poco conclusa la seconda annualità. I risultati sono stati presentati da Cinzia Canali al seminario «Una rete per la famiglia. ‘Nuove’ strategie per rispondere al disagio dei minori», organizzato dall’associazione «L’Albero di Pina. Dalla parte dei ragazzi» sabato 9 giugno a Jesi (An). La metodologia utilizzata da Risc mette il bambino «al centro» e chiede a tutti i professionisti di contribuire alla presa in carico per la risoluzione dei problemi, facendoli lavorare in sinergia per dare le risposte necessarie. Le verifiche in itinere consentono agli operatori di confrontarsi con agli altri professionisti coinvolti e anche con i genitori, modificando le azioni intraprese via via che emergono indicazioni dalle valutazioni effettuate. 
Proprio questo approccio è stato apprezzato dall’associazione di Jesi, che da due anni ha attivato un centro educativo diurno per minori ‘a rischio’ e non solo. La possibilità di evitare l’allontanamento lavorando per progetti personalizzati è l’aspetto che più ha colpito Pierluigi Bertini, presidente di «L’albero di Pina». Il centro educativo «Volere volare» ospita durante tutto l’anno ragazzi tra i 7 e i 14 anni, su segnalazione dei servizi sociali o su richiesta diretta delle famiglie (www.alberodipina.it).  Al convegno è intervenuto anche Francesco Lucchi, assistente sociale del Comune di Cesena e componente del gruppo di ricerca Risc. Nel suo intervento ha sottolineato  come «lavorare con questo modello non porta alla semplice rendicontazione delle azioni svolte ma, soprattutto, consente di avere un riscontro sulla efficacia del proprio lavoro. Nel corso dello studio, ci si è resi conto che non è abitudine di tutti gli operatori rivolgere ai genitori domande sulla quotidianità, come ad esempio se sono soliti raccontare una favola al figlio prima di metterlo a dormire o quando è stata l’ultima volta che lo hanno portato al parco a giocare. Fare valutazione globale e in itinere aiuta ad entrare in questa dimensione e a far emergere e valorizzare gli aspetti di funzionalità della famiglia e non sottolineare solo aspetti di mancanza o di rischio».

3.

Valore sociale e lavoro non retribuito

La valorizzazione del lavoro non retribuito è stata al centro di un nuovo incontro del «Cantiere sociale regionale per la definizione dei diritti di assistenza sociale» svoltosi il 18 giugno nella sede della Fondazione «E. Zancan», al quale hanno partecipato i referenti veneti di Cnca, Fap-Acli, Usr-Cisl, Cgil-dipartimento del welfare.

L’obiettivo era di individuare strumenti in grado di considerare il valore che tale lavoro produce. Non è una novità, visto che già negli anni novanta si sono introdotte forme di lavoro socialmente utile per gli anziani autosufficienti. Successivamente il servizio civile è stata un’altra forma di lavoro a remunerazione attenuata scelta volontariamente da molte migliaia di giovani per testimoniare il loro impegno a servizio delle comunità locali. 
«Riconoscere il valore del lavoro non retribuito significa poter destinare i suoi vantaggi non tanto, come avviene oggi, per ripianare i deficit delle inefficienze, ma per produrre valore necessario per investire in nuova cittadinanza a favore delle nuove generazioni, in particolare nel welfare» (Tiziano Vecchiato, Fondazione Zancan).
Esempi di lavoro a retribuzione non convenzionale sono già presenti nel nostro paese ma saranno costretti a rimanere nell’ombra se non si svilupperà una discussione intorno a questo tema. Queste forme inusuali di lavoro possono concorrere a promuovere modelli innovativi di solidarietà tra i cittadini e individuare nuovi strumenti per l’inclusione sociale delle persone più fragili. Su questo aspetto il terzo settore può avere qualcosa da dire portando il proprio contributo in termini di innovazione e capacità di incrociare ambiti differenti come quelli dell’economia e dei servizi alla persona.
«Chi eroga servizi sociosanitari potrebbe annoverare fra i propri operatori persone non più attive nel mercato del lavoro, ma ancora potenzialmente operative». Il vantaggio sarebbe duplice: da un lato gli anziani sarebbero impegnati in attività utili e potrebbero partecipare attivamente alla vita del territorio; dall’altro lato la comunità locale potrebbe godere di servizi altrimenti non erogati dalle cooperative soggette ai tagli operati dal settore pubblico (Claudio Prearo, Acli).
Un approfondimento sul tema della valorizzazione del lavoro non retribuito è disponibile nella monografia del n. 1/2012 di «Studi Zancan».
4.

Studi Zancan 3/2012

Povertà, prove di efficacia nel lavoro degli assistenti sociali, agire agapico, rapporto tra teoria e pratica nel servizio sociale: sono questi i temi al centro del terzo numero della rivista «Studi Zancan».
La sezione monografica presenta i contenuti del «Progetto di accompagnamento per conoscere e comunicare la povertà a livello diocesano», promosso dalle Caritas del Nordest con la collaborazione della Fondazione «E. Zancan». L'idea di fondo è che per conoscere e comprendere la povertà servono strumenti adatti, in grado di fotografare e spiegare il fenomeno. Gli operatori delle Caritas, che sono da sempre in prima linea su questo fronte, oggi più che mai hanno bisogno di informazioni corrette che li aiutino nel loro lavoro. La realizzazione di rapporti diocesani sulla povertà andrebbe proprio in questa direzione, a patto che abbiano il coraggio di denunciare gli errori e le omissioni che caratterizzano le azioni di contrasto della povertà e di indicare percorsi alternativi. Per essere efficace devono essere in grado di parlare a tutti, lanciando il messaggio che la povertà non può essere sconfitta con azioni isolate,
ma con interventi condivisi, dai risultati misurabili e verificabili.
È ricca di spunti e riflessioni anche la sezione «Politiche e servizi», che si apre con un documento relativo alla promozione delle prove di efficacia da parte degli assistenti sociali nel lavoro a diretto contatto con l’utenza. Il testo è stato predisposto dalla Fondazione Zancan, dall’Associazione Italiana Docenti di Servizio Sociale, dagli Ordini Regionali degli Assistenti sociali di Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Marche, Puglia, Piemonte, Toscana, Veneto.
Il contributo degli istituti religiosi alla costruzione del welfare italiano è oggetto di ulteriore approfondimento, in cui si ripercorre le esperienze più significative avviate dagli istituti religiosi, che per primi si sono impegnati con gli «ultimi», a servizio delle nuove emergenze, riuscendo non solo ad aiutare, ma anche ad attivare le capacità delle persone.

5.

Associazione Piaci e Zancan Formazione Srl: formazione continua 2012

Sono disponibili i programmi delle proposte formative dell’Associazione scientifica Piaci (Promozione dell’Invecchiamento Attivo e delle Cure Integrate) e della Fondazione Zancan Srl.

Corsi di formazione Piaci:
  • Funzioni e strumenti del servizio sociale professionale nell’accesso alle strutture per anziani (3-4 ottobre)
  • La gestione del dolore nel paziente con problemi di demenza (6-7 novembre)
  • Dalle prestazioni professionali al lavoro integrato: condizioni, modalità, indicatori di valutazione (13-14 novembre)
  • Soluzioni per la continuità assistenziale nei percorsi di cura e tutela dell’anziano (4-5 dicembre)
Laboratori:
  • La valutazione di efficacia degli interventi interprofessionali nei servizi: lo Schema Polare (13-14 dicembre)
  • Raccogliere dati, comunicare e pubblicare i risultati del lavoro professionale (data da definire)
Corsi di Formazione Zancan Srl:
  • Il pronto intervento sociale: responsabilità giuridiche e strumenti professionali nella gestione dell’emergenza e dell’urgenza (11-12 ottobre)
  • Il segretariato sociale e l’accesso: strumenti, organizzazione, strategie (22-23 ottobre)
  • Le responsabilità dell’assistente sociale nel lavoro con le persone non autosufficienti e minori: questioni metodologiche, criticità, dilemmi etici (25-26 ottobre)
Laboratorio:
  • La valutazione di efficacia degli interventi professionali con bambini e famiglie: dall’identificazione degli obiettivi alla misurazione degli esiti (8-9 novembre).
I programmi completi sono disponibili nei siti www.fondazionezancan.it e www.zancanformazione.it 
6.

Strumenti di lavoro: 1 libro 1 euro

La Carta dell’abitante, presentata nella monografia del numero 4 di Studi Zancan del 2004, si prefigge la promozione di pratiche avanzate di convivenza, mediante strumenti di partecipazione, e con modalità sostenibili. Si propone inoltre di favorire il passaggio dalle generiche condizioni di utente, cliente e cittadino alla condizione piena di «abitante»; (per esempio promuovendo l’integrazione tra il welfare sociosanitario e quello socio ambientale). La Carta dell’abitante può essere letta come una proposta per costruire piani regolatori socioambientali le cui direttrici sono la solidarietà e l’ambiente.

La rivista può essere ritirata di persona (presentando la scheda scaricabile dal sito www.fondazionezancan.it) presso la nostra sede in Via Vescovado, 66 - Padova, dal lunedì al venerdì (8.30-13.00 e 14.00-17.00).

Si può ricevere direttamente a casa, con spese a carico, a seguito di richiesta via fax (049663013) o tramite email (segreteria@fondazionezancan.it) compilando sempre la scheda.

La richiesta va effettuata entro il 31 agosto 2012.

7.

Segnalazione: Diritto alla Salute, spending review, universalismo

Vi segnaliamo un evento pubblico «Diritto alla Salute, spending review, universalismo», organizzata a Roma dalla Fondazione «E. Zancan» onlus, dal Gruppo Abele e da SOS Sanità per Venerdì 6 luglio.
Intervengono: Renato Balduzzi (Ministro della Salute), Giovanni Bissoni (Presidente Agenas), Giuseppe Costa (Presidente Assoc. Italiana Epidemiologia), Carlo Fiordaliso (Segretario nazionale Uil), Valdo Mellone (Dg Asl Lecce), Giovanni Monchiero (Presidente FIASO Dg Asl Alba e Bra), Enrico Rossi (Presidente Regione Toscana), Pietro Barbieri (Presidente Fish), Pietro Cerrito (Segretario nazionale Cisl), Vasco Errani (Presidente Conferenza Regioni e PA), Vera Lamonica (Segretario nazionale Cgil), Francesca Moccia (Coordin.Tribunale Diritti del Malato Cittadinanzattiva), Sabina Nuti (Docente Scuola Superiore S. Anna Pisa).
La spending review ipotizzata dal Governo si configura come un’irrinunciabile opera di riqualificazione della spesa pubblica, per rendere sempre più appropriate le prestazioni del welfare sociosanitario? 
Oppure si propone di ridurre i confini della copertura pubblica e universale, e quindi i livelli essenziali concernenti i diritti di sociali e civili sanciti dalla nostra Costituzione? 
Serve una discussione e un confronto trasparente, tanto più se si vuole realizzare un intervento straordinario ed eccezionale, in piena crisi, per contribuire all’abbattimento del debito pubblico: quel «forno inceneritore» di miliardi di spesa per interessi, che potrebbero invece, a risanamento avvenuto, essere finalmente destinati a investimenti e ovviamente al welfare stesso. 
Con i documenti sulla spending review il Governo indica per la sola spesa sanitaria una revisione su 97 miliardi di euro, pari all’89% della spesa sanitaria totale. 
Ci preoccupa una spending review che, anziché rinnovarlo, dovesse ferire il modello di welfare sociosanitario italiano (europeo), caratterizzato, seppure in modo contraddittorio, da un tendenziale universalismo. Sarebbe un tragico errore consegnare al mercato il compito di rispondere a bisogni umani (sanitari e sociali) finora affrontati prevalentemente con l’intervento, diretto o indiretto, pubblico. 
I pesanti tagli lineari al finanziamento del welfare sociosanitario e i nuovi ticket, disposti dalle ultime manovre finanziarie, rischiano, già ora, di compromettere il diritto costituzionale alla salute e all’assistenza (se la sanità è in crisi l’assistenza sociale rischia addirittura di scomparire). 
Mentre l’allarme, posto dai documenti del Governo, sulla crescita della spesa sanitaria è preoccupante perché infondato (si veda l’ultimo Rapporto della Corte dei Conti in materia), ed è indice di un approccio che vede il welfare come un mero costo invece che un investimento per accrescere il benessere, la coesione sociale, l’occupazione e lo stesso PIL, indispensabile in tempo di crisi e necessario per la ripresa economica. 
Si è invece convinti che sia possibile, giusto e necessario riqualificare la spesa sociosanitaria (e siamo disponibili a contribuire). 
Peraltro l’esperienza di alcune regioni dimostra che la progressiva riorganizzazione dell’offerta del welfare, per avvicinarla sempre più ai bisogni dei cittadini, tagliando e riconvertendo spesa inappropriata, ha assicurato migliori livelli di assistenza e mantenuto in equilibrio i bilanci. Al contrario di quelle realtà dove il disavanzo di bilancio è sempre associato a peggiori risultati assistenziali. 
Perciò la spending review non può essere un’operazione centralista calata dall’alto: deve considerare le diverse condizioni e i diversi comportamenti tra le regioni, e il legame tra bilancio economico e assistenziale. E deve distinguere tra operazioni a «breve termine» e altre che necessitano di tempi più lunghi per ottenere risultati duraturi. Altrimenti diventa un’operazione ragionieristica solo per ridurre la spesa. 
Si è consapevoli che il momento è difficilissimo, per questo serve affidare al nuovo Patto per la Salute un compito straordinario: assumere precisi impegni per mantenere la natura pubblica e universale del Servizio sanitario nazionale a garanzia dei diritti di cittadinanza, e così dare «un senso e un orientamento» alla spending review nei settori del welfare sociosanitario.

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