1.

Invecchiamento attivo e dialogo intergenerazionale

 

Volonteurope, una delle reti europee su volontariato e cittadinanza attiva, in collaborazione con il Cesvot ha promosso una Conferenza internazionale sul tema dell’Invecchiamento attivo e del dialogo intergenerazionale (Firenze, 18-20 ottobre 2012). Il network pan-europeo Volonteurope adotta approcci innovativi per incoraggiare la partecipazione e la cittadinanza attiva attraverso lo scambio di informazioni e di buone pratiche, la cooperazione, le opportunità di formazione e lo sviluppo di partnership fra i suoi membri.
Nel corso della conferenza di quest’anno, attraverso specifiche master class, sono stati affrontati temi di interesse europeo: dal valore del volontariato nella costruzione della coesione sociale all'azione volontaria in favore della famiglia, dallo scambio intergenerazionale nel volontariato all'inserimento di giovani volontari nelle organizzazioni. La prospettiva europea del confronto e del dibattito ha permesso di approfondire i temi in una prospettiva comunitaria attraverso approcci diversi per cultura e storia.
All’interno della master class «Generazioni di volontari insieme: il contributo del volontariato alla promozione dell'invecchiamento attivo e della solidarietà intergenerazionale» Tiziano Vecchiato ha affrontato il tema dell’invecchiamento ricordando che negli ultimi dieci anni questa dimensione è stata vista con una certa preoccupazione. Gli scenari di epidemiologia sociale associata alla non autosufficienza e alla crescita percentuale della popolazione anziana hanno tormentato non poco i decisori politici e tecnici. 
Di solito è poca l’attenzione dedicata alle condizioni favorenti l’invecchiamento in buona salute, all’apporto positivo delle persone anziane che stanno bene, che dedicano molto tempo ad attività di volontariato, di utilità sociale, senza contare la grande quantità di aiuto che danno a figli e nipoti. I benefici sono anzitutto riconoscibili in umanità e amore reciproco. Sono quantificabili in termini economici, viste le maggiori possibilità per molti genitori di conciliare le responsabilità familiari, lavorative e di tempo libero. A questi benefici si aggiungono quelli derivabili dallo scambio intergenerazionale che consente il passaggio di esperienze tra giovani e anziani, in un dialogo continuo e partecipativo.
Da sottolineare infine che i risultati dell’invecchiamento in buona salute non sono a vantaggio soltanto della persona e dei suoi familiari, ma sono valore per tutti.
2.

La provincia di Rovigo laboratorio di nuove politiche a favore degli anziani. Il rapporto della Fondazione Zancan

La provincia di Rovigo sarà giocoforza luogo di sperimentazione di politiche a favore delle persone anziane e dell’invecchiamento attivo. Questo perché è il territorio che invecchia più rapidamente rispetto al resto della regione. Qui l’età media è di 45,3 anni, contro i 42,8 della media veneta e nazionale (dati 2010). Il 22,6% della popolazione ha oltre 65 anni e l’11,8% ne ha più di 75. L’indice di dipendenza, che misura il peso della popolazione non attiva su quella in età lavorativa, nell’ultimo decennio è arrivato a quota 51,4, a indicare una situazione di squilibrio generazionale. In particolare, è la quota di over65 ad aumentare, mentre il peso dei giovani rimane pressoché invariato. I dati, presentati a Rovigo nel corso di un convegno pubblico (9 ottobre), sono contenuti nel rapporto 2012 dell’Osservatorio provinciale delle politiche sociali «Le persone anziane: bisogni e risposte alla non autosufficienza in provincia di Rovigo» della Fondazione «E. Zancan» onlus. La tendenza del territorio provinciale è quella di invecchiare sempre più. Ma anche il resto del Veneto è affetto dallo stesso declino demografico, seppur in misura meno rapida. Per questo le soluzioni positive adottate in provincia potranno essere utili anche per altri territori.
La spesa complessiva per la non autosufficienza in provincia vale oltre 50 milioni di euro: circa un decimo è a carico dei comuni (5,5 milioni circa) e il resto si divide tra indennità di accompagnamento (25 milioni) e concorso alla spesa degli utenti per la residenzialità (circa 21 milioni). È una cifra considerevole, al netto della spesa privata per assistenti familiari e della spesa sanitaria per risposte residenziali e domiciliari. C'è un capitale di welfare che genera lavoro di cura e dà risposte alle persone e alla famiglia. C’è la necessità di guardare all’invecchiamento non solo come a un costo: è un modo parziale e ingiusto di guardare al problema, facendo risaltare l’onerosità del prendersi cura delle persone non autosufficienti, senza considerare al contempo il lavoro generato dal curare e prendersi cura, l’occupazione e l’occupabilità. Il problema non è quindi di contrastare l’invecchiamento, ma di gestirlo in modo positivo. Tra le priorità c’è la domiciliarità da sostenere, l’integrazione da parte dei Comuni della spesa che le persone e le famiglie non sono in grado di sostenere, la persistenza dell’impegno economico regionale. L’Osservatorio attivato dalla Provincia ha il compito di mettere in rete quanto fatto da Comuni, Ulss, centri di servizi, altri enti di terzo settore, portando a sistema unitario uno sforzo che riguarda i bisogni, l’offerta e la spesa di un intero territorio e non di singole parti di esso. Può inoltre aiutare a fare una valutazione partecipata non solo dei costi, non solo della capacità di risposta, ma anche dell’efficacia ottenuta.

3.

Educazione tra sofferenze e speranze

La notte e l’alba: educazione tra sofferenze e speranze è il tema dell’incontro che si è svolto sabato 6 ottobre a Padova. I partecipanti provenivano da realtà italiane e straniere: insegnanti, studiosi e ricercatori, interessati a chiedersi quale potrà essere il futuro dell’educazione in una società poco capace di speranza. Lo ha promosso EDU (educazioneunità www.eduforunity.org) del movimento dei focolari, insieme con l’Università di Padova, AZIONE per un mondo UNITO, associazione PANTHAKU. Sono intervenuti Giuseppe Milan, docente di Pedagogia interculturale dell’Università di Padova, Tiziano Vecchiato, direttore della Fondazione Zancan di Padova, Maria Amoroso insegnante a Parigi, Patrizia Mazzola dell’AMU di Roma, Marco Provenzale della rete «Progetto Pace», Maria Teresa Siniscalco dell’OCSE Parigi e altri ancora.

Giuseppe Milan, insieme ad altri componenti di EDU, ha presentato gli ultimi risultati della riflessione del gruppo internazionale sul tema del convegno, evidenziando che stiamo vivendo una notte culturale e pedagogica e il legame tra la notte e l’alba esprimono efficacemente lo stato del problema e l’idea di un’educazione tra sofferenze e speranze. È affidato agli educatori, soprattutto, questo impegno «ad ogni costo», questa necessità di «aguzzare l’ingegno» con tutti gli strumenti dell’educazione, per far emergere la pietra preziosa che c’è in ciascuno. Aguzzare l’ingegno, per comprendere quell’intimo disagio, quella sofferenza esistenziale, che si esprime anche come difficoltà ad essere soggetto, protagonista, nella complessa trama delle relazioni io-tu-noi-mondo. C’è chi, vittima di un’assenza d‘intenzionalità, di protagonismo, si considera un nulla, vittima di un mondo soverchiante che annulla ogni autostima. E c’è chi, al contrario, vive un protagonismo onnipotente: esiste soltanto l’io, un narcisismo che annulla l’altro, il mondo. In ogni caso, questi squilibri identitari e relazionali provocano frustrazioni e forme varie di aggressività, autoplastiche e alloplastiche, verso se stessi e verso gli altri e il mondo… 
mettendo in un circolo vizioso un disagio che genera disagio, provocando in ultima analisi la frantumazione dell’io, delle relazioni interpersonali, dell’appartenenza sociale. Sono temi che troviamo nelle nostre famiglie, nelle classi, nelle nostre città che, oltretutto, risentono delle difficoltà della convivenza multiculturale e delle trappole identitarie connesse alle patologie relazionali che si evidenziano anche in quest’ambito.
L’educatore, perciò, non si tira indietro: è disponibile all’ascolto empatico, che significa ‘mi rendo conto del suo dolore… di un nuovo dolore, suo, mai provato da me’, e proprio a partire da questa partecipazione profonda all’altro, assume la sua sofferenza, la sua vulnerabilità. Non si lascia vincere dalla tentazione dell’evitamento, cadendo nell’indifferenza o in altre forme di negligenza. Non desiste ma resiste, perché sa che questa forma, anche estrema, di resistenza permette all’altro di ri-esistere. Non si chiude in una comoda immunità (immunitas) ma si fa carico dell’altro, degli altri, della comunità (communitas). Communitas è il contrario di  immunitas. 
È questa la strada, come testimonia anche chi si impegna in realtà sociali ed educative di frontiera, per ricomporre ogni frammentarietà in unità, per riscattare ciò che sembrava perduto, per ridonare cittadinanza a chi si sente escluso, per far risorgere la comunità ove parrebbe imperare il buio dell'individualismo. Qual è il momento preciso del passaggio dalla notte al giorno? Un antico aforisma ebraico presenta questa domanda di un rabbino saggio, alla quale i presenti danno varie risposte, tutte superficiali e sbagliate. Evidentemente la risposta giusta, che alla fine il saggio sarà costretto a dare, è tutt’altro che facile e scontata.
Tiziano Vecchiato è intervenuto sul senso e le possibilità dell’aiutare oggi, alla luce delle recenti elaborazioni della Fondazione Zancan sul tema della notte e dell’alba del nostro welfare. Il punto di partenza è «l’incontro con l’altro: esperienza del limite e della speranza». Su questo Vecchiato ha evidenziato che nei servizi alle persone l’incontro con l’altro nasce da esperienze di fragilità, di mancanza, da condizioni di necessità. Può essere: fragilità di organi, funzioni vitali, emozionali, economiche, … Tutte situazioni in cui da solo non è possibile farcela. Nell’incontro con l’altro in difficoltà i problemi si concentrano e sono amplificati. Non a caso le innovazioni di welfare sono avvenute in condizioni limite, quando l’intensità del bisogno e della sofferenza ha sollecitato la ricerca di azioni generative. Ben oltre l’aiuto donato. A distanza di sicurezza dall’assistenza e dalla beneficienza senza incontri tra persone. L’altro vorrà incontrarsi con me? È una domanda poco consueta. La risposta non è scontata, in particolare nella relazione di aiuto. 
Significa accettare il rischio dell’incontro, dove il limite non si riduce. Può alimentarsi del conflitto silenzioso tra chi offre aiuto e chi lo chiede. Il prezzo da pagare è accettare l’incontro, ammettere la propria debolezza, il proprio bisogno. Un modo per evitare questa sofferenza è farsi riparare dalle procedure, dalle regole che aiutano, ma senza incontrarsi. Un modo per farlo è di trasformare i diritti in prestazioni, in cose da ricevere, senza incontro delle capacità e delle responsabilità.
Riscuotendo quello che mi spetta, anche se non ne ho bisogno. È una dinamica diffusa nel welfare di oggi. Consuma risorse senza rigenerarle. Per rigenerarle è necessario l’incontro delle capacità e delle responsabilità. È ambiente generativo di vita, che solo la trasformazione professionale e personale possono rendere possibile, nell’incontro appunto.
4.

Comunicare la povertà a livello diocesano: la sfida delle Caritas del Nordest e della Fondazione Zancan

Conoscere e comunicare la povertà a livello diocesano: è questa la sfida che ci unisce alle Caritas del Nordest all’interno di un progetto di formazione su larga scala (che coinvolge 13 delle 15 Caritas del Triveneto). L’obiettivo è di creare una base teorica e pratica condivisa tra gli operatori, coinvolti direttamente nell’individuazione di modalità di lavoro utili alla predisposizione dei rapporti diocesani. Questo permetterà di potenziare le competenze dei partecipanti, meglio disseminare le conoscenze e di incrementare le modalità di collaborazione tre le Caritas del Nord-Est.Un rapporto sulla povertà non può avere ambizioni puramente conoscitive, ma deve avere il coraggio di denunciare gli errori e le omissioni che caratterizzano le azioni di contrasto alla povertà e di indicare percorsi alternativi. Inoltre, per essere efficace, un rapporto di questo tipo deve saper parlare a tutti. Va inteso come strumento utile al lavoro sul territorio. Non deve essere un prodotto fine a se stesso. 
È necessario superare l’autoreferenzialità, cercando di conoscere anche quello che non riusciamo a incontrare, per variare l’offerta dei servizi e adeguarla ai bisogni. Ma il progetto ha anche il valore aggiunto di costruire dei percorsi in comune tra le Caritas del Nordest: è l’unica esperienza che riesce a unire le Caritas di tre regioni diverse, quindi rappresenta un’occasione importante per fare rete e condividere le buone prassi. 
È un percorso di confronto, un’esperienza nuova che potrà aiutare a incrementare il livello di consapevolezza riflessiva e analitica degli operatori e dei volontari. È un’occasione per rivedere le prassi di lavoro e operare in sintonia. 

5.

L’affido di bambini e ragazzi in difficoltà

L’International Foster Care Network in collaborazione con l’Università di Zagabria, Faculty of Education and Rehabilitation Sciences, ha organizzato un seminario sull’affido di bambini e ragazzi in difficoltà. Il seminario si è svolto a Zagabria il 25 settembre 2012. La Fondazione Zancan, membro dell’International Foster Care Network, vi ha partecipato affrontando il tema del lavoro con i genitori di origine. Le ricercatrici Cinzia Canali e Giulia Barbero Vignola hanno approfondito in questa sede un tema che è al centro dell’attenzione, come è emerso anche dai risultati dello studio Risc che ha fatto un’analisi qualitativa sulle caratteristiche delle famiglie di origine. Dall’analisi delle storie di vita di famiglie in difficoltà emerge una correlazione positiva: al crescere delle difficoltà dei genitori crescono anche le difficoltà dei figli. Questo conferma che occorre uno sguardo unitario: il bambino, la famiglia di origine, l’eventuale famiglia affidataria. Questo tuttavia non è semplice da attuare: serve la capacità di visualizzare i cambiamenti possibili, attuando tutte le possibili sinergie e alleanze tra servizi e con le famiglie. 
Su questo la Fondazione Zancan si sta impegnando da tempo creando collegamenti tra ciò che emerge dalla ricerca e ciò che emerge dalla pratica quotidiana degli operatori, anche il collaborazione con gli Ordini regionali degli assistenti sociali e docenti delle Università.
Oltre a contributi italiani, sono intervenuti esperti dalla Svezia, Croazia, Serbia, Bosnia Erzegovina, Slovenia, Regno Unito, Bulgaria, Spagna, Germania.

6.

La genitorialità complessa: come individuarla, come aiutare nel rispetto dei bambini

«La genitorialità complessa: come individuarla, come aiutare nel rispetto dei bambini» è il titolo del seminario organizzato dalla Bottega del Possibile in collaborazione con Fondazione Paideia, Fondazione Zancan e Asl TO3 di Collegno e Pinerolo. Il seminario si è svolto il 3 ottobre a Torino. Fabrizio Serra, Segretario Generale Fondazione Paideia e Mariena Scassellati Galetti, Presidente de «La Bottega del Possibile» hanno evidenziato gli obiettivi dell’iniziativa. Con quali modalità è possibile attivare opportunità di avvicinamento o ri-avvicinamento per mantenere o ricostruire legami familiari difficili o, addirittura, inesistenti? E ancora, esistono risorse della comunità locale del contesto naturale per far re-incontrare, per garantire nuovi strumenti di accompagnamento, di ascolto, di prossimità? A partire da queste domande, i relatori hanno presentato le loro esperienze di ricerca e di lavoro sul campo.
Cinzia Canali è intervenuta sul tema «Come valutare la genitorialità complessa» e ha presentato una matrice per l’analisi della competenza genitoriale. Lo strumento, nato dalla collaborazione con assistenti sociali di varie regioni, ha l’obiettivo di mettere a disposizione uno strumento «semplice», facile da usare, «affidabile», idoneo a garantire la conoscenza necessaria per decisioni non facili e per misurare i cambiamenti. Uno strumento, quindi, che sia utile nella quotidianità. Si inserisce all’interno del filone di ricerca che la Fondazione Zancan sta portando avanti con il nome «Zoom approach» (zooming on output and outcome measures). Con questo approccio gli operatori si impegnano nella verifica e nella valutazione passando dal generale al particolare, mettendo a fuoco una conoscenza nel dettaglio fino a stringere l’obiettivo «professionale» così da meglio mettere a fuoco i risultati attesi e i fattori osservati, fino alla valutazione di esito. 
Norma Perotto, pedagogista di Torino ha presentato un progetto sul sostegno alla genitorialità e Fiammetta Gullo, Alessandra Boggio e Umberto Fortina hanno simulato una sessione di mediazione familiare a sostegno di una coppia in crisi. Nel seminario si è discusso anche di come valorizzare le risorse della famiglia e della comunità locale (Dario Merlino), delle esperienze di sostegno ai genitori della Asl TO3 (Elena Vernero) e di Family Group Conference (Massimiliano Ferrua).
La ricchezza dei contenuti ha facilitato una sintesi unitaria identificando nell’urgenza e importanza della valutazione un possibile punto di svolta nei servizi alle persone per meglio qualificarli e renderli capaci di affrontare anche i problemi complessi.

7.

Valutazione d’efficacia nel servizio sociale

Continua l’impegno per la promozione della valutazione d’efficacia nel servizio sociale da parte della Fondazione «E. Zancan», dell’Associazione Italiana Docenti di Servizio Sociale e degli Ordini degli assistenti sociali di Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Marche, Puglia, Piemonte, Toscana, Veneto. A Padova si è svolto un nuovo momento di riflessione e di confronto, con lo scopo di concretizzare iniziative di promozione della valutazione per raccogliere prove di efficacia degli assistenti sociali nel lavoro a diretto contatto con l’utenza. Il motivo di questo impegno congiunto è spiegato in un documento redatto dai promotori e pubblicato nel n. 3-2012 della rivista «Studi Zancan». Il titolo è «Come formare e sostenere la capacità degli assistenti sociali di utilizzare le prove di efficacia nel lavoro a diretto contatto con l’utenza». Si sottolinea che la valutazione degli esiti degli interventi professionali degli assistenti sociali è uno dei principali strumenti di legittimazione e sviluppo della professione, per vari motivi: ne sancisce l’utilità sociale in quanto rende visibili i risultati dell’azione professionale sia agli stessi utenti sia ad altri interessati; dà una base di maggiore scientificità ai processi di aiuto; prelude alla costruzione di evidenze scientifiche, quale garanzia di omogeneizzazione degli interventi e di maggior successo nelle decisioni da prendere. Si evidenzia la necessità di un potenziamento di strumenti e capacità per raggiungere e rendere visibili i buoni risultati delle azioni professionali. Lo testimoniano alcuni segnali significativi: nei servizi si va diffondendo l’impegno di molti assistenti sociali a costruire strumenti, a condividere indicatori e linguaggi capaci di quantificare risultati e processi di intervento. Queste si associano allo sforzo di contrastare le pressioni istituzionali che spingono verso il prestazionismo di tipo aziendalista e ai soli adempimenti burocratici. Nello stesso tempo la professione ha esaltato il valore della formazione continua.

I contenuti del documento saranno approfonditi nella sessione finale del corso per assistenti sociali «Costruire fiducia con professionalità. Il servizio sociale e la valutazione di efficacia per garantire i diritti delle persone anziane», che si svolgerà a Bologna (Zanhotel Europa, via Cesare Boldrini 11) dal 21 al 23 novembre 2012. 
8.

Strumenti di lavoro: 1 libro 1 euro

La monografia proposta questo mese (Studi Zancan 3/2005) illustra alcuni dei principali risultati di una ricerca condotta dalla Fondazione Zancan sulla povertà e la vulnerabilità sociale nella Provincia di Bergamo.

Studiare la povertà implica sviluppare strategie integrate di rilevazione da parte dei servizi pubblici e privati che si occupano dei soggetti deboli, in modo da confrontare i diversi «volti» della povertà. Molto si può fare utilizzando le fonti disponibili, al fine di produrre profili di vulnerabilità di una popolazione locale. A fronte della crescente incertezza dei legami familiari e della tendenza a ritirarsi dei sistemi pubblici di protezione sociali, diventa infatti fondamentale verificare se e in che misura il sistema dei servizi alle persone è in grado di dare risposte adeguate ai soggetti vulnerabili. 
La rivista può essere ritirata di persona (presentando la scheda scaricabile dal sito www.fondazionezancan.it) presso la nostra sede in Via Vescovado, 66 - Padova, dal lunedì al venerdì (8.30-13.00 e 14.00-17.00).
Si può ricevere direttamente a casa, con spese a carico, a seguito di richiesta via fax (049663013) o tramite email (segreteria@fondazionezancan.it) compilando sempre la scheda.
La richiesta va effettuata entro il 30 novembre 2012.

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