1.

La Pasqua di don Giovanni

È online e scaricabile gratuitamente il n. 1/2013 di Studi Zancan interamente dedicato a mons. Nervo e ai suoi scritti.
Abbiamo raccolto scritti di don Giovanni. Sono perle di sapienza e umanità. Possono aiutare chi non lo ha conosciuto ad avvicinarsi a lui. Sono preziose per chi lo ha conosciuto per ritrovare la forza e la semplicità delle sue parole.
Ha scritto tanto durante la sua vita, anche perché scriveva sempre prima di parlare. Non voleva affidarsi all’intuizione del momento ma dare valore ad ogni incontro, fare sintesi di cuore e sapienza e dire l’essenziale e non altro. Anche per questo non è possibile stringere l’obiettivo e dire «questi sono i suoi scritti migliori». Ognuno di essi può essere meglio compreso risalendo all’incontro con le persone a cui aveva parlato. I suoi libri e i suoi testi non sono infatti frutto di un pensiero a tavolino ma raccolte successive di riflessioni, meditazioni, proposte a persone concrete, incontrate in altrettante situazioni concrete.
Per sceglierli abbiamo pensato ai valori e alle idee che hanno animato la sua vita: dov’è carità e amore qui c’è Dio, giustizia e pace, solidarietà e volontariato, lotta alle disuguaglianze, le sue gemme terminali, quelle che segnano e preparano i cambiamenti sociali, il senso della cultura.
Abbiamo semplificato senza la paura di farlo, visto che anche lui cercava sempre di semplificare, per parlare a tutti, cercando in ogni incontro di abbattere le disuguaglianze delle incomprensioni, delle parole difficili, che esaltano chi parla e in certi casi umiliano chi ascolta.
Ci è sembrato naturale chiamare questa raccolta «La sua Pasqua» vissuta durante una vita e concentrata nei suoi ultimi giorni. Non è soltanto la sua Pasqua, è anche Pasqua per quanti, incontrandolo, hanno ritrovato speranza, fiducia e forza per risorgere.

2.

Don Giovanni ci ha lasciati?

È questa la domanda che ci poniamo. Ma è proprio così? Mai come adesso ci arrivano sentimenti, emozioni, ricordi da tanti credenti e non credenti, tutti appassionati dall’idea che la sua vita è stata straordinaria, ha lasciato un segno nella vita di tutti. Forse non lo avevamo capito abbastanza o la sua modestia aveva fatto scorrere sotto traccia così tanta umanità, che sta emergendo all’improvviso, tutta insieme, come i fiumi carsici, prima di arrivare al mare.
È il senso di una vita che non finisce, che ricomincia adesso, con tutta la forza del chicco di grano, che muore ma per rinascere, risorgere, per dare più frutto. È la fortuna e la grazia di aver vissuto con lui tanti momenti, anche di silenzio, dove mancano le parole ma risuonano le idee, la vita, i valori praticati e non soltanto dichiarati.
Ma tutto questo non è stato facile. I profeti lo hanno sperimentato nella loro vita, piena di incomprensioni, se erano fortunati, o, peggio ancora, vivendo la sofferenza di sentirsi inascoltati, incompresi, derisi e perseguitati. È l’esperienza dell’Agnello pasquale vissuta anche da don Giovanni, senza lamentarsi. La «passione» non gli è mancata, lo ha accompagnato in tanti momenti. Ma non gli ha tolto serenità, bontà, pazienza, forza e speranza. Lo ha anzi rinforzato nel cercare la verità, costi quello che costi. Sapeva che prima o dopo «giustizia e pace si baceranno». Ha titolato così alcuni tra i suoi scritti migliori, proprio per dare speranza. Era il suo dono giornaliero alle persone che incontrava.
È difficile immaginare la quantità di dialogo che ha saputo sostenere con i «diversi da lui»: per idee religiose, politiche, culturali. Chi ha vissuto con lui questa esperienza ora la ricorda come una delle cose belle della propria vita. Potersi scontrare vivendo l’esperienza di fraternità, dove non ci si ferisce e senza che qualcuno debba vincere, sentendosi uniti e diversi, per meglio cercare insieme, per poi ripartire verso terre migliori. Lo definiva il metodo «Malosco», in montagna dove la fondazione Zancan (che ha fondato) da cinquant’anni organizza «seminari di ricerca». Don Giovanni chiedeva a tutti rispetto, ascolto e sincera volontà di cercare, per trovare soluzioni ai problemi delle persone, tutte le persone, in particolare quelle più deboli. È stato l’ambiente creativo in cui sono nate molte idee, «le gemme dell’innovazione sociale» per migliorare i servizi sociosanitari, per umanizzare le risposte di welfare, per guardare oltre la crisi, con soluzioni di welfare generativo, grazie al valore che ogni persona può mettere a disposizione.
È il suo messaggio più bello, ricorrente negli ultimi scritti: «partire dagli ultimi», «dall’assistenzialismo alla promozione umana», «per giustizia e carità». Un uomo buono e giusto ha raggiunto la casa del Padre. I figli ancora per poco si sentiranno orfani, visto che stanno scoprendo che don Giovanni non li ha lasciati soli, perché tanti cercheranno di coltivare quello che ha seminato.

3.

Ricordando mons. Giovanni Nervo

È difficile presentare in poche pagine una figura ricca e poliedrica come quella di mons. Giovanni Nervo, che ha lasciato tracce profonde del suo passaggio nella storia della Chiesa diocesana e nazionale e anche nella storia del nostro Paese. Ci limitiamo a considerare la sua personalità sotto due profili, come uomo e come credente.

La ricchezza umana di mons. Nervo
Sotto il profilo umano, era dotato di una spiccata intelligenza e di una memoria formidabile, sostenute l’una e l’altra da una volontà ferrea, che gli consentiva di portare a compimento i progetti iniziati, superando anche grandi ostacoli. In particolare desidero evidenziare la sua innata capacità organizzativa e la sua vocazione di educatore.
La sua dote di organizzatore è evidenziata in particolare da alcune opere che egli ha portato brillantemente a compimento:
- nel 1951 ha istituito a Padova la Scuola Superiore di Servizio Sociale Onarmo, dalla quale uscirono centinaia di assistenti sociali soprattutto del Veneto e che è diventata punto di riferimento per analoghe scuole italiane;
- ha dato vita nel 1964 alla Fondazione E. Zancan, centro di studi, ricerca, formazione e sperimentazione nell’ambito delle politiche sociali, sanitarie e dei servizi alla persona. La Fondazione continua ad essere, dopo 50 anni, una delle istituzioni più significative nel panorama sociale e culturale italiano;
- nel 1971 viene chiamato dalla Conferenza Episcopale Italiana a costituire la Caritas Italiana, che ha diretto fino al 1986. Oltre a strutturare l’organismo centrale, Don Nervo si è impegnato a promuovere la nascita delle Caritas in tutte le diocesi Italiane.
Nel contesto di questo importante incarico ecclesiale, ha avuto modo di mettere a frutto la sua capacità organizzativa, in occasione delle numerose emergenze di cui ha dovuto occuparsi in Caritas Italiana. La prima, in ordine di tempo, è stata il terremoto in Guatemala nel 1976, dove morirono 3.200 persone. Don Nervo impostò la ricostruzione di 1.600 casette per gli Indios, nella cittadina di Comalapa.
Nello stesso anno c’è stato il terremoto del Friuli, dove l’opera di mons. Nervo rimase nella memoria di tutti, per aver coinvolto 80 Caritas diocesane nella realizzazione dei «Centri della Comunità» in tutti i paesi colpiti, con l’idea geniale dei «gemellaggi» tra le diocesi italiane e le singole parrocchie colpite dal sisma. Questo ha consentito di sostenere le comunità sinistrate fino alla loro ricostruzione.
Nel 1980 scoppiò la grave siccità in Etiopia e nell’Eritrea, con migliaia di morti. Nervo concepì un progetto che era insieme di sviluppo e di prevenzione, mediante la costruzione di 22 piccole dighe e 250 pozzi.
Nel 1981 ha organizzato l’accoglienza di oltre 3000 profughi del Sud Est asiatico, in fuga dai governi comunisti del Vietnam, del Laos e della Cambogia. Dopo molte resistenze, ottenne il «placet» del Governo Italiano e con l’aiuto di numerose Caritas diocesane, assicurò a tutti un’abitazione, un lavoro e il cammino verso la piena integrazione nel nostro Paese.
Come segno di riconoscimento del suo impegno umanitario l’Università di Udine gli ha conferito nel 1996 la «laurea honoris causa» in Economia e Commercio, proprio con riferimento al suo impegno per la ricostruzione dopo il terremoto del Friuli.
Mons. Nervo è stato soprattutto un eccezionale educatore.
Per 17 anni ha insegnato religione nell’Istituto di ragioneria «P.F. Calvi» di Padova. È tuttora ricordato dalle migliaia di alunni e alunne e anche dai colleghi professori per la lucidità e la profondità del suo insegnamento. Molti dei suoi alunni hanno continuato a frequentarlo negli anni successivi come guida spirituale. Un segno dell’efficacia di questa presenza educativa è costituito dalla proposta dei corsi di Esercizi spirituali che, con gli altri sacerdoti impegnati al Calvi, era solito rivolgere alle classi superiori al termine dell’anno. Annualmente vi aderivano da 100 a 150 giovani.
Il principale impegno educativo si è sviluppato nell’ambito della Caritas italiana. Don Giovanni prese molto sul serio le parole rivolte da Paolo VI al primo convegno nazionale Caritas, allorquando sottolineò che «la prima e prevalente funzione di questa nuova istituzione era quella pedagogica, ossia il dovere di sensibilizzare le Chiese locali e i singoli fedeli al senso e al dovere della carità».  Mons. Nervo si preoccupò di sviluppare la funzione pedagogica con innumerevoli incontri tenuti nelle diocesi, nelle parrocchie, con il volontariato, con le associazioni educative e attraverso i suoi numerosissimi scritti. In questo modo ha contribuito a costruire una nuova cultura della carità cristiana, fatta di condivisione e non solo di elemosina, di promozione umana e non di sola assistenza. Chiedeva alle comunità cristiane di farsi avvocati a difesa dei diritti dei poveri e di assumere stili di vita sobri ed essenziali, richiamando la dottrina dei Padri della Chiesa, secondo i quali il «nostro superfluo appartiene ai poveri».
È stato un grande educatore promuovendo il volontariato e ponendosi come «sentinella» a difesa dell’autenticità di questo servizio disinteressato e richiamando costantemente il valore della «gratuità», quale sua caratteristica irrinunciabile.
Ha educato alla pace e alla nonviolenza, promuovendo nella Chiesa italiana il servizio civile dei giovani, alternativo al servizio militare. Nella convenzione della Caritas sono passati nel corso degli anni circa 100.000 giovani, molti dei quali hanno maturato, attraverso il servizio ai poveri, scelte coraggiose di vita.
È stato educatore nell’incontro con ogni persona e nella costruzione delle relazioni umane. Aveva un rispetto innato per tutti quelli che incontrava, un senso profondo di gratitudine, l’attenzione per le piccole cose, dal ricordo degli auguri per l’onomastico, all’interessamento per la salute, al sostegno nei momenti di malattia e fragilità.
Questa dimensione preziosa della persona di don Giovanni Nervo è stata riconosciuta dall’Università di Padova. Lui che si vantava di avere come unico «titolo scolastico» la licenza di quinta elementare, nel 2003 ha ricevuto una seconda laurea «honoris causa» proprio in Scienze dell’educazione dall’Università di Padova. Merita di essere evidenziata la motivazione di questo riconoscimento: «Fortemente impegnato nell’azione sociale dei servizi alla persona in differenti campi; con intuizione precorritrice si adopera fin dall’inizio degli anni 50 per la formazione degli operatori del settore, creando la Scuola superiore di servizio sociale a Padova […]. Con la Fondazione Zancan, centro propulsore di interventi sociali sul territorio e di riflessione etica e culturale sull’agire sociale per la persona, ha contribuito a innovare profondamente metodi e cultura del Welfare State. Il suo contributo di grande tensione morale ed educativa, è stato fattore significativo di rinnovamento della coscienza sociale del Paese [...]. La sua personale motivazione cristiana ha saputo tradursi in una proposta di riflessione e di azione cristiana e di azione sociale autenticamente laica, a promozione della comune umanità di ciascun uomo e di tutti gli uomini».
In sintesi, ha educato, attraverso la sua personale testimonianza di carità vissuta a 360 gradi, a partire dagli ultimi, sollecitando continuamente i politici e la politica a non dimenticarli, a metterli al primo posto nelle scelte istituzionali e sociali. La giustizia, ha sempre sostenuto, viene prima della carità, e insieme
devono incontrarsi. Non a caso due dei suoi ultimi libri hanno come tema principale «Giustizia e pace si baceranno».

Mons. Nervo sacerdote. La fede come ponte e non come steccato
Era un credente che considerava la propria fede come il dono più grande dopo quello della vita e del proprio sacerdozio. Ne ha fatto una missione a servizio di tutti, credenti e non credenti.
La sua fu una missione che non gli consentiva di fare una vita normale in diocesi e in parrocchia. Ha dovuto inventare modalità personali di riflessione, di silenzio, di preghiera, esercizi spirituali in luoghi che lo avvicinavano a Dio, in alta montagna. Si interrogava continuamente su cosa il Signore voleva da lui.
Ha vissuto anche momenti di sofferenza, in particolare l’ultima malattia, come occasioni preziose per chiedersi: «Cosa mi domanda il Signore in questa sosta forzata e dolorosa? Mi è sembrato di capire che Egli ha permesso questa prova anzitutto come purificazione dei miei peccati, poi come occasione per ringraziarlo per tutti i doni che mi ha concesso, e ancora per avere qualcosa da offrirgli per il rinnovamento della Chiesa in questo momento di crisi, e infine come preparazione all’incontro definitivo con Lui».
Don Giovanni si è lasciato illuminare, lungo tutta la vita, dalla Parola di Dio. L’espressione che usava frequentemente era il versetto biblico: «Lampada ai miei passi è la tua parola, Signore». Nella sua spiritualità cristiana e sacerdotale prediligeva nell’insegnamento di Gesù, alcuni passaggi che erano diventati grammatica per il suo comportamento.
Uno di questi era la frase evangelica: «Il vostro linguaggio sia ‘sì, sì; ‘no, no’, tutto il resto viene dal maligno». Per don Giovanni questo era un comando del Signore, che lo ha fatto diventare persona trasparente e convincente nel parlare e nell’agire. Rifuggiva da ogni falsità e da ogni equivocità. Ritengo che non abbia mai fatto nulla nella sua vita che fosse contro la propria coscienza illuminata dalla fede. Ha contrastato ogni compromesso. Tutti quelli che lo conoscono sanno che questa linea di condotta non gli ha reso la vita facile.
Un altro passaggio dell’insegnamento di Gesù a lui particolarmente caro è la prima delle beatitudini: «Beati i poveri in spirito». Era povero nel senso che ha rinunciato a se stesso affidandosi al Signore, Era nato povero, profugo a Casalpusterlengo, orfano di padre morto nel corso della prima guerra mondiale, aveva trascorso tutta la sua infanzia in una famiglia povera e dignitosa. Ha amato la povertà e ne ha fatto in tutta la sua vita uno stile e una scelta di sobrietà. Per lui la carità era condivisione con chi era bisognoso. È morto povero. Prima di morire ha lasciato una piccola somma alla Fondazione Zancan, - era tutto il suo risparmio - perché provvedesse alle spese del suo funerale.
Viene da questa scelta personale di povertà la fermezza dimostrata in tutta la sua vita, nella difesa dei poveri, non evitando, quando ciò era inevitabile, anche di scontrarsi con le autorità politiche, e incontrando talvolta incomprensioni anche in uomini di Chiesa, che lo avrebbero voluto più duttile e conciliante.
Un terzo passaggio evangelico a lui molto caro era l’invito del Signore a mettere «vino nuovo in otri nuovi». Lo ha vissuto come un invito a rinnovarsi continuamente, a cercare la verità, ad essere incarnati nel presente e proiettati nel futuro. Tutte le persone che sono passate nella Fondazione Zancan hanno sentito parlare di «gemme terminali», un’immagine cara a mons. Nervo. L’aveva ricavata dall’osservazione delle piante, in montagna a Malosco, e costituiva la filosofia che ha sempre ispirato il lavoro della Fondazione. Lui ripeteva che il futuro appartiene a chi sa cogliere e valorizzare le novità positive emergenti dalla storia e dalla società, come le gemme che in primavera crescono soprattutto alla fine dei rami. Sono un concentrato di nuova vita, ma anche di grande fragilità da proteggere e coltivare.
Questa attenzione al nuovo e questa disponibilità al rinnovamento hanno consentito a mons. Nervo di accogliere con entusiasmo le grandi novità del Concilio, lui consacrato sacerdote circa 20 anni prima del Vaticano II. Lo ha stimolato nel suo impegno sociale a spendersi nel dialogo con tante persone di diverso orientamento religioso, chiedendo a tutti di essere sinceramente animati dal desiderio di costruire una società più giusta, più solidale, più responsabile dei beni comuni, pacifica.
La fede cristiana non è mai stata per lui uno steccato, una barriera che divide e allontana, ma sempre un ponte, un collegamento con l’umanità, in particolare quella più fragile e povera.
Non ha avuto la gioia di vivere direttamente l’elezione di Papa Francesco, ma ha avuto il dono nei suoi ultimi giorni di vita di capire come molte delle idee per le quali era vissuto e aveva donato la sua vita, hanno trovato espressione ed esaltazione nelle prime parole del nuovo Papa. Avrà modo di gustare questa grande novità nelle braccia del Signore.

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