1.

Minori a rischio: grande impegno da parte degli operatori toscani

Il progetto RISC-Rischio per l'infanzia e soluzioni per contrastarlo, con l'obiettivo di contrastare il rischio di allontanamento dei minori dalla loro famiglia, attraverso percorsi di progettazione personalizzata e valutazione di esito degli interventi, è stato al centro dell'Open Day che si è tenuto lo scorso 23 settembre a Firenze, all'Istituto degli Innocenti. Evento organizzato dalla Regione Toscana in collaborazione con la Fondazione Zancan e il Centro regionale di documentazione per l'infanzia e l'adolescenza.

Il percorso ha coinvolto undici unità operative nella Regione (Comuni di Firenze e Livorno e Società della Salute Mugello, Pisana, Fiorentina Nord Ovest, Fiorentina Sud Est, Valdarno Aretino, Valdinievole, Alta Val d’Elsa, Empolese e ValdarnoInferiore) cui fa riferimento il 45% della popolazione minorile toscana. Sono un centinaio gli operatori pubblici coinvolti: la maggior parte sono assistenti sociali, ma anche psicologi, neuropsichiatri infantili, pediatri, educatori.

Gli operatori dei servizi territoriali che si occupano di tutela di minori a rischio e in difficoltà hanno potuto conoscere il protocollo, gli strumenti e la metodologia sperimentata da altri colleghi. Un’occasione per avvicinarsi ai laboratori, per conoscere i risultati e riflettere sulla possibilità di adattare il percorso al proprio lavoro quotidiano di presa in carico e cura. Il percorso di questi due anni ha permesso di creare una comunità di operatori interessati all’apprendimento, alla sperimentazione e alla documentazione di pratiche innovative. È una comunità professionale che valuta gli esiti, li condivide, valorizza i saperi, investe in nuove evidenze.

La Regione ha scelto di sostenere gli operatori sociali nel loro delicato impegno di valutazione delle situazioni familiari e di programmazione di interventi adeguati, attraverso la condivisione di un metodo di lavoro rigoroso. Si tratta di un progetto senza dubbio impegnativo: se è vero che ai servizi è richiesto un diverso posizionamento rispetto all’ordinaria condizione di lavoro - purtroppo spesso oberata da carichi eccessivi, scarsità di tempo da dedicare alla progettazione personalizzata, esiguità di risorse - è anche vero che si ha l’opportunità di verificare l’efficacia degli interventi attivati, di monitorare più puntualmente l’evoluzione della situazione relazionale dei bambini e delle famiglie, insomma di lavorare per la concreta affermazione del benessere sociale. Grazie alla sperimentazione si è costituito un vero e proprio gruppo di operatori esperti che si confrontano, mettono in circolo idee e soluzioni, convergono su metodologie e linguaggi comuni. 

I riscontri dell’esperienza toscana mettono a disposizione risultati positivi e incoraggianti pur nella difficoltà che tutti stiamo vivendo. Le zone ora hanno a disposizione protocolli verificati, utilizzabili a supporto delle scelte operative. Inoltre gli operatori partecipanti sanno gestire la personalizzazione e la valutazione di efficacia degli interventi e sanno trasferire queste competenze ad altri operatori. Per la Regione significa generalizzare e stabilizzare i risultati e meglio comunicarli alle istituzioni, alle famiglie, alle organizzazioni sociali e di volontariato, agli operatori della giustizia e a quanti lavorano per l’infanzia. 

2.

Il welfare generativo in sanità: potenziali da scoprire

La proposta del welfare generativo in sanità è stata tra i temi affrontati nel congresso internazionale di medicina 2013 MDC - Medicina Dialogo e Comunione (Padova 18-19 ottobre). Il congresso, dal titolo «Quale Medicina?», ha ospitato numerosi docenti, ricercatori ed esperti; oltre 200 partecipanti da diversi paesi, dall’Australia al Venezuela, dagli Stati Uniti al Brasile e da molte nazioni d’Europa. È stata l’occasione per interrogarsi su alcuni dei temi più attuali nel campo medico: globalizzazione, sostenibilità, personalizzazione delle cure.

Circa 1,5 miliardi di persone, cioè un quinto della popolazione mondiale, ogni anno attraversano per diversi motivi la propria frontiera. È inevitabile dunque che la globalizzazione influenzi anche la «sfera salute». Inoltre, l'impatto tra culture diverse rende la condivisione delle conoscenze sulla salute e sulle cure più rapida e facile a livello globale. Il sistema sanitario deve affrontare delle sfide anche in materia di sostenibilità: in tutto il mondo dovremo fare i conti con l’aumento della popolazione anziana e quindi della disabilità. Ma questo cosa significa? Che servono più risorse per la salute? Sì e no, se è vero che di fronte a una forte disparità di spesa abbiamo risultati simili sulla salute di diversi paesi. Infine, sempre più aziende sanitarie sentono la necessità di un recupero degli aspetti più umani e di mettere la persona al centro del nostro operare. La medicina sta rapidamente cambiando e così dovremo essere pronti a cambiare, personalizzando il più possibile le cure.

I dati sulla spesa sanitaria nazionale presenti nel rapporto «Vincere la povertà con un welfare generativo» (Il Mulino, 2012), dimostrano che non siamo sull’orlo del baratro di welfare, abbiamo indici di spesa inferiori di altri paesi senza farci mancare risposte necessarie e anzi abbiamo i tempi e i mezzi per affrontare problemi che non sono «fuori controllo» come avviene per altri comparti di spesa pubblica. Non si spiega perciò perché da tempo sono state introdotte pratiche di scoraggiamento, di tendenziale terrorismo psicologico, ad esempio per fare sembrare insostenibile la spesa per la non autosufficienza e altre risposte di natura universalistica, che interessano soprattutto i più deboli e fragili. Tanto più che - come evidenziato da ricerche dell’Ocse - i servizi di assistenza sanitaria (così come i servizi in altri ambiti di welfare) giocano un ruolo importante nel ridurre le disuguaglianze socio-economiche. I servizi di assistenza sanitaria, sociale, educativa, di sostegno abitativo in Europa 

riducono le disuguaglianze di un terzo. Mentre i dati internazionali su spesa e occupazione nei servizi sanitari pubblici e privati evidenziano come in Italia abbiamo potenziali di occupabilità a disposizione, se pensiamo che nel 2010 in Italia c’erano 8,2 occupati in sanità per milione di euro di spesa (pubblica e privata), contro 9 occupati per milione di spesa in Spagna, 9,6 in Germania e 12,7 nel Regno Unito. In rapporto alla popolazione, significa che nel 2010 avevamo 20 occupati in sanità ogni mille abitanti, contro 27,3 in Francia, 33,5 nel Regno Unito e 34,1 in Germania. Tra l’altro si tratta in buona parte (quasi due terzi) di occupazione femminile, con possibilità dunque di ridurre il divario occupazionale di genere. L’Italia potrebbe migliorare non poco la propria capacità di occupazione tenendo conto che il nostro, tra i paesi europei, ha una struttura della popolazione molto anziana e un deficit di occupabilità dei ragazzi che penalizza la raccolta fiscale e la finanziabilità complessiva del sistema di cura.

Il congresso è stato promosso da una collaborazione tra la Clinica Geriatrica dell’Università degli studi di Padova e l’associazione «Panthakù» , con l’associazione internazionale «Medicina Dialogo Comunione».

3.

I giovani oggi: la rete internet e i social network

Lo studio CRESCERE è in pieno svolgimento negli 80 comuni della provincia di Padova che collaborano a questo importante progetto. Lo studio è realizzato dalla Fondazione Emanuela Zancan onlus e dal De Leo Fund, in collaborazione con il Comune, la Fondazione Cassa di risparmio di Padova e Rovigo, l’azienda Ulss 16 e la Fondazione Città della Speranza. Il progetto gode del patrocinio dell'Autorità Garante per l'Infanzia e l'Adolescenza e il sostegno dell’Ufficio del Pubblico Tutore dei minori del Veneto.

I risultati sono ancora provvisori, ma già ci dicono molte cose. Ad esempio, lo studio mette a fuoco il rapporto dei giovanissimi con internet e i social network. 7 dodicenni su 10 usano internet almeno una volta alla settimana, 1 su 4 naviga in rete ogni giorno. Quasi tutti ormai hanno un collegamento a internet in casa. Si collegano attraverso il computer di casa, ma anche attraverso il cellulare, il tablet o la consolle dei videogames.

Anche EU Kids Online, network di ricerca finanziato dalla Commissione Europea, ci dice che i bambini in Europa cominciano a usare internet sempre prima – l’età media in cui si inizia ad andare online è 7 anni in Danimarca e Svezia, 8 negli altri paesi nordici, 10 in Italia, Grecia, Turchia, Cipro, Germania, Austria e Portogallo (www.eukidsonline.net).

CRESCERE ci dice i ragazzi usano il computer per: ricerche scolastiche, videogiochi, musica, film, cartoni animati e video musicali. Il 16% dei dodicenni dice di usare social network (Facebook, Twitter ecc.), anche se si tratta di un fenomeno in continuo aumento tra i preadolescenti padovani e quasi il 90% riferisce di avere amici che li utilizzano.

I social network attraggono e riescono a catturare l'attenzione dei ragazzi per ore. Secondo il rapporto Eurispes sulla Condizione dell`Infanzia e dell`Adolescenza 2011 è Facebook il social più amato dagli adolescenti italiani: quasi tutti hanno un profilo. Ben l'85,6% dei ragazzi dai 12 ai 18 anni lo usa e il 68,8% è online su Facebook tutti i giorni: il 32,2% per 1-2 ore al giorno, il 14,4% da 2 a 5 ore e il 3,9% più di 5 ore.

Tornando a CRESCERE, i genitori mettono in atto diverse strategie per monitorare le attività online dei loro figli. La maggior parte dei genitori impone limiti di tempo o seleziona i siti a cui i figli possono accedere (61%). Molti specificano che la navigazione in rete è permessa soltanto in presenza di un adulto. Alcuni vietano espressamente l’uso dei social network.

Come i social network modificheranno il modo di comunicare e di relazionarsi fra coetanei? Lo studio longitudinale, ci aiuterà a capire un fenomeno così complesso e ancora poco esplorato. 

4.

Il Sostegno per l’inclusione attiva non colma l'assenza cronica di politiche contro la povertà

«Non è certo con la legge di stabilità che si promuovono politiche e innovazioni di più ampia portata e non ritengo intellettualmente e politicamente onesto affidarsi a soluzioni di questo tipo». Così il direttore della Fondazione Emanuela Zancan onlus, Tiziano Vecchiato, risponde a chi «a nome di istituzioni prestigiose» ha commentato la scelta del governo di non introdurre un nuovo trasferimento monetario (il Sia), descrivendolo come mancato avvio di un piano nazionale contro la povertà. «Bisogna invece affrontare il problema povertà con maggiore equilibrio, dibattito approfondito e spirito di verità – sottolinea Vecchiato –, senza confondere un intervento limitato con il quadro che lo contiene». Per il direttore della Zancan non è certo il Sia che può risolvere la cronica mancanza di una strategia organica di lotta contro la povertà nel paese. «Sappiamo che le scelte politiche devono fare i conti con le priorità di un impoverimento collettivo di portata mai vista, senza assecondare proposte settoriali. La questione del Sia può essere affrontata in modo più trasparente, serio e disinteressato, dando spazio a quanti in questi anni si sono spesi continuativamente, e non in modo estemporaneo, per lottare contro povertà». E conclude: «Abbiamo ascoltato tesi rispettabili ma senza contraddittorio, confinate nella ‘realtà’ delle ipotesi teoriche e dei casi di studio, senza adeguati riscontri, senza far tesoro di tutte le evidenze disponibili. Una povertà strutturale ed endemica non può essere affrontata in modo settoriale, ma valorizzando tutti i potenziali che abbiamo a disposizione» (Tiziano Vecchiato).

5.

Anziani vivere meglio e più a lungo è possibile: con il volontariato

Il Corriere della sera riferisce della ricerca su invecchiamento attivo e volontariato della Fondazione Zancan: «C’era una volta Massimo Lopez. E con lui c’erano gli anni ottanta, gli spot cult, un plotone di esecuzione e… un telefono. Quello col filo e la cornetta. Al tempo una telefonata poteva anche allungare la vita. Ma era solo finzione. Un espediente narrativo buono ancora oggi per tutti i pubblivori più nostalgici. Eppure sembra che vivere più a lungo (e meglio) sia davvero possibile. La buona notizia è che per allungare la vita non serve una telefonata. Basta fare volontariato.

Donare agli altri un po’ del proprio tempo riduce infatti del 20% il rischio di mortalità. Chi fa della solidarietà e del dono una regola di vita cade più raramente in depressione, è felice e apparentemente si mantiene anche più in forma. Addirittura nei volontari ultra 50enni il rischio di ipertensione si riduce del 40%. Beh, non siamo noi a dirlo. È tutto scritto nella ricerca della Carnegie Mellon University di Pittsburgh pubblicata sulla rivista americana ‘Psychology and Aging’.

Che il volontariato faccia invecchiare bene emerge chiaramente anche dalla ricerca ‘Volontariato e invecchiamento attivo’,  realizzata dalla Fondazione Emanuela Zancan. Il 72,3% degli intervistati – tutti soci di Arci, Anteas, Uisp, Aics e Auser – è infatti convinto che invecchiare in modo attivo favorisca il benessere psicofisico, la capacità di confrontarsi con altri punti di vista (52,1%) e di impegnarsi a favore del prossimo (46,5%). Ma chi sono questi anziani? Hanno tra i 65 e i 75 anni, sono pensionati e vivono in famiglia. Il loro livello d’istruzione è medio-alto e circa il 90% si ritiene soddisfatto del proprio stato di salute. Ciò che sorprende positivamente è che, in media, fanno volontariato da ben 16 anni. Il 30% dedica alle attività volontarie dalle 5 alle 10 ore settimanali; cifra che sale fino a 20 ore a settimana per il 28,6%.

Una delle associazioni coinvolte nella ricerca è proprio Auser, che in tutta Italia conta oltre 1.500 sedi, più di 300mila iscritti e circa 48mila volontari. Il valore aggiunto delle loro azioni e i concetti cardine su cui ruota la preziosa attività dell’associazione ce la spiega il presidente nazionale Enzo Costa.

Affermare la dignità delle persone che invecchiano. È questo il nostro primo obiettivo, vero valore aggiunto ed essenza pulsante di Auser, spiega Costa. È in corso una battaglia culturale destinata a promuovere, difendere e affermare questo concetto. L’Italia è il paese più vecchio d’Europa. Complice la crisi e l’assenza di provvedimenti, ora rischiamo anche di diventare il paese in cui s’invecchia peggio. Ci troviamo quindi di fronte a una nuova sfida: affermare la dignità della vecchiaia, riconoscere la sua esistenza e interpretarla in modo attivo come fosse l’arco della vita. È anche per questo che noi di Auser mettiamo la persona e il territorio al centro di tutte le attività. Perché è qua, in questi spazi, che il volontariato si trasforma in risorsa. 

6.

Quaderni per la cittadinanza sociale

La collana dei quaderni per la cittadinanza sociale è gratuitamente scaricabile dal sito della Fondazione Zancan.

I quaderni sono uno strumento che la Regione Toscana mette a disposizione di zone e società della salute per condividere e approfondire i principali caratteri del sistema di servizi sociali e sociosanitari toscano. È un frutto del Monitoraggio dei livelli base di cittadinanza, promosso dalla Regione Toscana con la collaborazione scientifica della Fondazione Emanuela Zancan Onlus.

Quaderni 2013

  1. L'offerta sociale nelle zone sociosanitarie della Regione Toscana
  2. Il servizio sociale nelle zone sociosanitarie della Regione Toscana
  3. Il segretariato sociale nelle zone sociosanitarie della Regione Toscana
  4. Il contributo del monitoraggio sulla cittadinanza sociale alla costruzione dei Profili di Salute - Set minimo indicatori
  5. Il contributo del monitoraggio sulla cittadinanza sociale alla costruzione dei Profili di Salute - Set complementare
  6. La capacità di risposta territoriale per i minori
  7. La capacità di risposta territoriale per gli adulti
  8. La capacità di risposta territoriale per gli anziani
  9. I contributi economici
  10. La valutazione del sistema locale dei servizi sociali in Toscana

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