1.

Lotta alla povertà, welfare generativo e livelli essenziali: La Fondazione Zancan alle iniziative di Grusol

Strategie efficaci di contrasto alla povertà, welfare generativo, diritti delle persone non autosufficienti e Lea: sono i temi al centro di due incontri che si sono svolti in provincia di Ancona (9-10 ottobre) organizzati da Grusol (Gruppo solidarietà) con protagonista la Fondazione Emanuela Zancan di Padova.

Il primo incontro, in calendario a Moie di Maiolati, era dedicato alla presentazione del volume «Rigenerare capacità e risorse. La lotta alla povertà. Rapporto 2013». È stata l’occasione per riflettere su un fenomeno, quello della povertà, in continuo aumento a causa della crisi economica e di politiche dimostratesi inefficaci a rispondere ai bisogni crescenti della popolazione. Un’occasione per confrontarsi su come cambiare direzione, a partire da un nuovo welfare «generativo» promosso proprio dalla Fondazione Zancan. L’idea - che sempre più sta prendendo piede in Italia, incontrando consensi e aperture - è di abbandonare l’assistenzialismo che fino a oggi ha caratterizzato le strategie di lotta alla povertà, per adottare un nuovo approccio, in grado di attivare le risorse personali degli aiutati, ponendoli non in posizione passiva ma, al contrario, chiedendo loro di impegnarsi a far «rendere» l’aiuto ricevuto. La logica è «non posso aiutarti senza di te». In questo modo è possibile innescare un circolo virtuoso, valorizzando le capacità personali e facendo fruttare le risorse, rigenerandole.

Il 10 ottobre il dibattito si è invece spostato su «Esigenze e diritti delle persone non autosufficienti. Garanzia dei servizi e qualità delle risposte. Contro ogni forma di istituzionalizzazione», nell’ambito del convegno regionale organizzato ad Ancona all’interno della campagna «Trasparenza e diritti». Il focus dell’intervento è stato: Dal rispetto dei livelli essenziali di assistenza sociosanitaria alla qualità dei servizi. Il tema della non autosufficienza ha certamente dimensioni istituzionali e cliniche, ma ancor prima è questione sociale (e familiare). L’offerta di servizi sociosanitari, soprattutto per quest’area di bisogno, è multicentrica e sempre più il mercato si fa strada. Le peggiori conseguenze sono per le persone più deboli che fanno fatica a orientarsi. Sono discriminate e non ottengono risposte adeguate ai loro bisogni, in un contesto sociale dove l’accesso all’offerta pubblica è sempre meno facile. Non si tratta soltanto di un problema di liste di attesa, ma di disuguaglianze ingiustificate in fase di accesso e di concorso alla spesa richiesta alle persone e alle famiglie. A questa criticità si aggiunge la cronica incertezza sui livelli essenziali di assistenza (Lea). Negli ultimi anni sono stati oggetto di progressive revisioni restrittive. Manca una chiara definizione dei loro contenuti e delle condizioni per erogarli. 

A fronte di questa carenza le Regioni si muovono in ordine sparso, con strumenti differenziati (Svama, Sosia, Valgraf…), come se la tutela dei diritti si giocasse in paesi diversi e non in una comunità nazionale solidale, che fa della lotta alle disuguaglianze la condizione primaria per promuovere la dignità di ogni persona, anche e soprattutto di quelle più deboli.

È on line la mozione finale del convegno, a cura della Campagna «Trasparenza e diritti», che contiene specifiche richieste alle Istituzioni regionali: ci auguriamo che vengano prese in debita considerazione.

2.

Welfare generativo alle giornate di Bertinoro: «Un contagio positivo, una rivoluzione che si concretizza»

Siamo contenti e soddisfatti che l’idea di welfare generativo stia prendendo così tanto piede in Italia. Quando ormai due anni fa abbiamo teorizzato questa nuova forma di welfare, alternativa alla tradizionale basata sull’assistenzialismo, eravamo certi che molti compagni di viaggio si sarebbero uniti alla nostra proposta.

Che di questo nuovo approccio si discuta espressamente anche nell’ambito di un evento importante come le Giornate di Bertinoro è per noi particolarmente significativo. È un contagio positivo, il segno tangibile di una rivoluzione che si sta concretizzando in Italia, di un nuovo modo di intendere le politiche e i servizi alle persone. Veniamo a sapere ogni giorno di molte realtà, soprattutto enti locali, che si stanno interessando e attivando per intraprendere questo percorso. Li spinge la consapevolezza che i crescenti bisogni della popolazione, dovuti a una crisi che stenta a passare, richiedono nuove forme di aiuto, che siano efficaci e che permettano di far rendere al meglio le risorse, senza sprechi. Non possiamo più permettercelo.

3.

Volontariato moderno il contributo della Fondazione Zancan

«Se vengono a mancare i valori di solidarietà, di condivisione con i più deboli, di servizio, di amore fraterno da cui è partito, il non profit necessariamente un po’ alla volta si trasforma in profit e viene riassorbito dal mercato. È proprio qui la sfida che si presenta al volontariato: aiutare il non profit a conservare l’anima di solidarietà, di servizio, di scelta degli ultimi, di giustizia sociale da cui è nato. Il volontariato potrà vincere questa sfida e avere un futuro soltanto se saprà mantenere e difendere la sua identità, che è la gratuità». Sono parole di don Giovanni Nervo, a lungo presidente della Fondazione Zancan, che per molti anni si è interrogato e si è espresso sul futuro del volontariato, in difesa dei suoi valori portanti.

Giovedì 16 ottobre il tema è stato al centro dell’incontro organizzato dall’associazione «la Specola» nella sede della Fondazione Zancan. Il direttore Tiziano Vecchiato ha avuto il compito di riflettere sulla direzione che il volontariato moderno sta prendendo, con la mente e il cuore rivolti alle parole di don Giovanni. È stata un’occasione per riflettere anche sulla riforma del terzo settore e per ribadire la carenza di ascolto della voce del volontariato e dei soggetti totalmente no-profit: «La rappresentanza del terzo settore gestita senza l’ascolto di tutte le parti in causa non è di buon esempio. Chi l’avrebbe detto? Proprio nel momento in cui il terzo settore dovrebbe esprimere il massimo di solidarietà e fraternità, prevalgono interessi e conflitti concorrenti. È bene saperlo, per farne tesoro, così da affrontare «meno in fretta e meglio insieme» scelte che riguardano il bene di tutti e, soprattutto, delle nuove generazioni.

L’incontro è stato un’opportunità preziosa per allargare lo sguardo ad altri tempi, quando le profezie del volontariato hanno preparato il terreno per modi più solidali di essere società. Anche oggi questa domanda si ripropone. Insieme dobbiamo chiederci come innovare l’azione del volontariato, come renderla fertile, profetica, capace di prefigurare un’umanità che si rinnova a partire dai bisogni fondamentali delle persone.

4.

Salute bene comune. Manifesto per una autentica casa della salute

«1) La salute è un diritto umano fondamentale ed è un bene comune essenziale per lo sviluppo sociale ed economico della comunità.

2) La salute è creata e vissuta negli ambienti dove le persone vivono tutti i giorni: dove imparano, lavorano, giocano ed amano (OMS 1986);  superare l’accezione meramente sanitaria del significato di salute significa dare valore ai determinanti sociali che incidono nelle esistenze delle persone e ad una visione unitaria che permetta di superare il tradizionale concetto di bisogno sviluppando, innanzitutto, l’esercizio della  responsabilità individuale e collettiva.

3) La salute è un bene da perseguire come comunità, in tutte le sue articolazioni di benessere fisico, psichico, affettivo, relazionale, spirituale. Deriva da un mandato costituzionale e implica l’inclusione sociale, giustizia ed equità, il rispetto di sé e della dignità di ogni persona, l’accesso ai diritti di base come l’istruzione, il lavoro, la casa, la partecipazione.

4) La salute non è una merce alla stregua di ogni altro oggetto, prodotto e offerto da un mercato nel quale le persone, espropriate di saperi fondamentali, diventano consumatori passivi di prestazioni che le singole istituzioni producono.

5) Il miglioramento della salute e del benessere costituisce il fine ultimo delle scelte di sviluppo economico e sociale di una comunità e coincide con l’idea autentica di welfare. Occorre quindi un programma di governo - nelle diverse articolazioni, nazionale, regionale e locale - che abbia come ‘filo rosso’ di tutte le politiche la salute delle persone e delle comunità (…)».

Sono questi i primi punti del Manifesto per una autentica casa della salute proposto dalle Fondazioni Santa Clelia Barbieri e Casa della Carità Angelo Abriani.

Secondo i due proponenti: «Il sistema sanitario del nostro Paese prevede lo sviluppo sul territorio nazionale delle ‘Case della salute’. A parte il cronico ritardo nella loro effettiva realizzazione - segno, ancora una volta, di una ampia assenza nelle istituzioni di una cultura della salute intesa nel suo significato autentico - laddove si stanno concretizzando, presentano le caratteristiche, di esperienze di esclusiva riorganizzazione dei soli servizi sanitari». Per questa ragione e per l’importanza che la questione riveste, le due fondazioni hanno sottoscritto un manifesto di 10 punti.

Il manifesto è stato presentato alla decima edizione delle Giornate Studio della Fondazione Santa Clelia Barbieri, dal titolo «Prendersi cura degli sconfinamenti: i limiti dei saperi specialistici e la cura delle persone» (Bologna, 16-17 ottobre). L’iniziativa era rivolta a persone desiderose di sconfinare tra i saperi e le discipline senza perdere in rigore scientifico e sapienza tecnica. Al centro dell'attenzione, anche in questa edizione, c’era la persona e il suo contesto, ovvero la comunità familiare, il quartiere, le istituzioni della società civile, il mondo globalizzato.

Lo sconfinamento tra i saperi è contenuto formativo prezioso per cogliere la complessità senza negarla e per favorire quello sconfinamento ancora più determinante, che permette a un operatore o a un intero staff di generare una relazione di aiuto verso una persona fragile che porti a soluzioni inedite e personalizzate, mai irrigidite su posizioni definite a priori.

La passione per la cura, intesa come processo complesso e multidisciplinare che mira al benessere di soggetti e gruppi, porta inevitabilmente a valorizzare l'interiorità del singolo (sia esso curante o curato) e, al tempo stesso, le dinamiche sociali, politiche e mondiali che la esaltano o la mortificano.

Vari esperti, tra cui il dr. Tiziano Vecchiato, si sono alternati a beneficio di rappresentanti istituzionali, di operatori sociosanitari, di soggetti attivi in politiche sociali e di cittadini sensibili ai temi della cura, della salute, dell'integrazione.

5.

Per battere la povertà occorre puntare sui poveri

Commento di Tiziano Vecchiato sulla proposta di introdurre il Reis (Reddito di inclusione sociale) in Italia, pubblicata su Vita.it il 10 ottobre.

«La proposta di introdurre il Reis nel nostro Paese è stata riproposta al Cnel, un luogo simbolo delle politiche nel nostro paese, in particolare delle politiche di welfare. Viene presentata mentre subiamo, ogni giorno di più, gli effetti della recessione di welfare. Il paradosso è che ad essa contribuisce la grande quantità di trasferimenti che caratterizzano il nostro paese, uno dei ‘meno capaci’ di ridurre la povertà in Europa, pur destinando quote preponderanti di risorse ai trasferimenti monetari.

Chi ne parla dovrebbe leggerli come in uno spartito musicale, fatto di 65 strumenti musicali che suonano ognuno per contro proprio, senza ascoltarsi, a carico di diversi centri di responsabilità. Non dialogano tra loro, non collaborano, danno più del necessario. In questo modo non aiutano i poveri e anzi li trasformano in ‘assistiti’, condannandoli al rischio di non uscire dalla povertà.

Anche le recenti sperimentazioni nazionali si sono distinte per incapacità, inefficienza, tempi amministrativi estenuanti, riproponendo pratiche assistenzialistiche e istituzionalizzanti. Si aggiungono agli esempi di territori, a statuto ordinario e speciale, in cui sono state sperimentate soluzioni tipo Reis, Sia, Rmi… Le auspicate ‘attivazioni per decreto’ non hanno dato i risultati sperati. Quello che doveva essere efficace si è rivelato degenerativo. Le verifiche, fatte da valutatori indipendenti, hanno documentato la sconfitta degli approcci paternalistici e i loro costi ingiustificati, con tassi di attivazione da non dire (meno del 10%) e tanta assuefazione. Il consumo di risorse professionali ha alimentato le burocrazie di trasferimento, senza rendimento. È stato, a detta di chi le ha vissute, professionalmente mortificante.

Le simulazioni di costi prospettici che ci sono state presentate sono sempre ‘al netto dei costi per gestire i trasferimenti’, cioè ‘al netto della realtà’ e al netto dei ricalcoli per rimodulare nel tempo i trasferimenti in base alle condizioni di ogni ‘assistito’. Il ricarico percentuale dei costi non considerati (che ‘non sarebbero’ a carico dello stato ma dei comuni) è a due cifre.

Quando si parla di soluzioni analoghe in altri paesi si omette di dire che ‘in quei paesi’ non ci sono tutte le possibilità di trasferimenti assistenziali (pubblici) che esistono da noi. In altri paesi i trasferimenti sono tracciabili e misurabili e, soprattutto, ben bilanciati con servizi alle persone e alle famiglie. La ‘combinazione soldi servizi’ spiega buona parte degli effetti positivi ‘altrove’ ma ‘negativi’ da noi. La ragione è semplice: altrove i decisori politici hanno fatto prima e meglio quello che da noi prevedeva la legge 328/2000: la revisione strutturale degli emolumenti assistenziali, che non è stata realmente fatta, quindi è ancora più urgente e necessaria, dopo 14 anni di attesa.

Come ha detto il Ministro Poletti, in una recente audizione al Senato, bisogna ‘ripartire dai territori’ per lottare in modo nuovo e diretto contro la povertà, senza centralismi antieconomici e inefficaci. In un luogo come il Cnel il rischio è di parlarne in modo tradizionale. Le soluzioni di welfare degenerativo resistono, si ripropongono in nuovi schemi comunicativi, a ‘prescindere dalle evidenze’ di esito, di impatto, di letteratura internazionale. Si fa appello a raccomandazioni europee di natura politica e non tecnica, senza il supporto di conoscenze a sostegno di quanto si afferma e senza titolo per affermarlo. A prescindere dalla nostra realtà, sempre più allergica a misure standardizzate e burocratiche, si propongono diritti individuali senza corrispettivo sociale. I poveri hanno diritto di uscire dalla povertà, non di essere assistiti. Le ipotesi che non considerano le potenzialità dell’incontro delle responsabilità sono superate e pericolose. È necessario tenere i poveri a distanza di sicurezza da soluzioni che ritardano le azioni organiche di contrasto della povertà. Ci possono aiutare a lottare contro la povertà ‘con i poveri’ e ‘rigenerando capacità e risorse’, con scelte politiche consapevoli di una condizione umana irrinunciabile: non posso aiutarti senza di te». 

6.

Crediti formativi per assistenti sociali

Il 4 e 5 giugno due iniziative hanno celebrato l’anniversario dei 50 anni della Fondazione Zancan. Si è fatto il punto su mezzo secolo di impegno sociale. Si è guardato al passato, al presente e al futuro del welfare italiano. Un’attenzione particolare è stata dedicata al contrasto alla povertà infantile.

Il Consiglio Regionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali del Veneto nella seduta del primo di agosto ha attributo:

-      5 crediti formativi (ID 5604) al convegno «Il futuro delle politiche sociali. Solidarietà, giustizia, cittadinanza nell’innovazione sociale», Padova 4 giugno 2014.

-      7 crediti formativi (ID 5605) alla conferenza internazionale «L’impatto della povertà e del maltrattamento nel futuro dei bambini», Padova 5 giugno 2014.

7.

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